Sangue

Tag

,

Pippo Delbono mi ricorda un po’ Sandro Penna. Come il poeta perugino, anche questo regista dal buffo accento, di cui ignoravo l’esistenza prima di imbattermi in Sangue, ci dice apertamente chi è e dove va, a spasso nel mondo, attraversando il dolore, la sofferenza, il bene e il male, in fondo ostaggio di un amore contagioso per la vita che illumina ogni momento in cui l’esistenza umana che lo circonda prende forma, si realizza e inesorabilmente finisce. Una passione così travolgente e spontanea quella di Pippo, inconsapevole e corroborata da una fede disinteressata nell’uomo, da rendere poetica una successione di immagini e situazioni altrimenti oscena: dalla testimonianza, attraverso una telecamera usata in modo infantile e amatoriale, dell’amore filiale, della religione e della morte che si fa cadavere, fino alla vicenda personale di Giovanni Senzani, coautore del film, un terrorista che la storia ha condannato e che neanche la purezza dello sguardo di Delbono riesce a restituire redento agli occhi dello spettatore.

L’Italia raccontata in Sangue è un paese antropologicamente estinto, in cui la tragedia del cancro che uccide diventa momento e occasione di verità e profondissima tenerezza, la mano viva che stringe e accarezza fino quasi a consumarla la mano ormai morta, e non stigma o colpa da nascondere, ignorando come la pena, la malattia, il senso di inadeguatezza o la paura siano parole ed emozioni pubblicamente indicibili. E così anche la banalità della commozione che si prova di fronte a una nonna stremata, che parla per l’ultima volta con un nipotino pieno di vita, o la rabbia populista e la cupezza che affiorano osservando quella bellissima città dell’Abruzzo distrutta dal terremoto e tradita dall’uomo, sono lecite nel cinema di Delbono, approdo sicuro per ripararsi dall’assedio del conformismo e della normalità.  

A far da contraltare, in una casuale dialettica degli opposti, alla bellezza con cui il regista ci racconta la propria vita, compaiono i piccoli e feroci occhi di Senzani, il suo corpo minuto che stride con l’arroganza dell’armatura emotiva e intellettuale attraverso cui l’ex leader del Partito Guerriglia si è fatto forza durante gli anni della detenzione e della tortura, sopravvivendo al peso e al rimorso di aver giustiziato un uomo senza alcuna colpa. Eppure il film dimostra come sia possibile amare anche lui, le sue fragilità e miserie, e che forse solo al di fuori delle convenzioni sociali, della giustizia e della morale, esiste la salvezza dell’individuo attraverso gli altri, qualche cosa che si avvicina all’amicizia, perché se la pietà deve essere indotta ed evocata la comprensione sgorga invece libera direttamente dal cuore.

Mentre osservo la proiezione sono immobile, a volte i “pezzi” del cuore  dell’autore mi arrivano così intensamente che il mio respiro si fa pesante e angosciato, così sorrido nervosamente, ma vorrei accarezzare qualcuno o qualcosa. Questo è Sangue.

Annunci

Gli anni settanta e Benedetta Tobagi

Tag

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Pian del Cornino, 1.200 metri, provincia di Rieti. Qui il 30 maggio 1974 i carabinieri assaltano un campo militare di Ordine Nero uccidendo il fascista Giancarlo Esposti                

 

Un ponte. Un ponte sull’Adige, che lascia Trento alle spalle e procede diritto verso il cuore di meravigliose montagne, conducendo il viaggiatore a un vecchio casale immerso nella quiete e nel silenzio. In pochi riuscirebbero a credere che i germi del periodo più turbolento e difficile della nostra storia repubblicana,  gli anni settanta, hanno avuto origine in un luogo così ameno.

E’ nel clima magico della neonata facoltà di sociologia della piccola città tridentina che a metà degli anni sessanta avvengono una serie di incontri decisivi nella trasformazione della società italiana, che dopo aver sbollito l’entusiasmo per l’arrivo dei frigoriferi e delle lavatrici nella proprie case abbandona il percorso della ricostruzione postbellica e dello sviluppo industriale, costretta invece a vivere, in maniera violenta e passionale, le contraddizioni sociali e le divisioni politiche che il progetto della Costituente aveva saputo sopire. Gli studenti che si ritrovano nella casa di campagna, Renato Curcio, Mauro Rostagno, Margherita Cagol e Marco Boato tra gli altri, hanno molto da studiare e parecchio di cui discutere: sono il primo consistente nucleo di giovani a maneggiare consapevolmente un rinnovato metodo di osservazione critica della realtà, il pensiero marxista modernizzato dalla filosofia della scuola di Francoforte. La lettura di Benjamin, Marcuse e Adorno produce in molti di loro un forte distacco dall’ambiente e dall’identità originaria, determinando un desiderio di rottura e attivismo che porterà all’occupazione della facoltà nel 1966, la prima di un’università in Italia. La prassi politica che prende corpo nel laboratorio trentino si rivela polo d’attrazione per le diverse anime della contestazione dell’autunno caldo, prima fra tutte quella operaista: quando Mara, Renato e qualche altro amico si ritrovano stabilmente alla Pirelli di Milano la storia ha già cambiato corso, e il punto di non ritorno innescato da Piazza Fontana è proprio lì, davanti ai quei cancelli, pochi centimetri da saltare per approdare alla clandestinità e alla guerra.

Nel 2010, dopo aver letto un suo articolo su Licia e Giuseppe Pinelli, scrissi una lettera a Benedetta Tobagi; con tono probabilmente inopportuno la spronavo, quale studiosa degli anni settanta e voce autorevole e ascoltata, a sollevare un dibattito su una possibile amnistia per quanti ancora detenuti a causa di reati connessi al terrorismo, e ad abbandonare una prospettiva di analisi storica del dopo sessantotto tutta incentrata sull’esperienza delle vittime.

Non so se Benedetta abbia mai letto quelle parole, sicuramente non rispose, e men che meno ha mai pensato di darmi ascolto, se è vero che il suo ultimo libro, Una stella incoronata di buio, Einaudi 2013, raccoglie la voce di Manlio, operaio bresciano che nell’attentato di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974 perse la moglie.                     

Dopo il fortunato esordio di Come mi batte forte il tuo cuore, un complesso taccuino in cui la memoria e l’opera del padre ucciso diventano per la protagonista il faro della crescita umana e culturale, la scrittrice milanese ripercorre ora la storia dell’esplosione di Brescia, dei suoi caduti e delle lunghissime e tortuose vicende processuali; ma amplia di molto l’orizzonte della ricerca, e nonostante le obbligate concessioni alle parti più narrative, l’opera rappresenta, in tema di terrorismo, un punto tra i più alti della saggistica “borghese” non di movimento. L’autrice, con piglio a volte quasi investigativo, ricostruisce episodi, complicità e le reti di copertura di cui hanno goduto a lungo l’eversione nera e i movimenti politici che ad essa facevano capo, studiando alacremente le sentenze giudiziarie, intervistando magistrati, finendo per inchiodare, senza possibilità  d’appello, la destra fascista alle proprie responsabilità storiche in materia di stragi.

Se c’è un limite in questo tentativo di comprensione del sangue versato è proprio la sottintesa continuità con il lavoro giornalistico del papà Walter, quel netto rifiuto morale verso l’ortodossia della militanza intransigente che li accomuna, la negazione di qualsiasi concessione alla lotta armata come  conseguenza di scelte ideologiche totalizzanti: nell’ottica progressista la violenza politica non può che essere espulsa dal mondo della ragione, barbarie che va collocata al di fuori dalla storia dell’uomo.

In realtà la colonna di Piazza della Loggia scheggiata dalla gelignite su cui si accaniscono i periti alla ricerca di qualche indizio, gli spari che scuotono i Monti del Cicolano e l’incanto del meraviglioso Pian del Cornino, costretto ad accogliere il cadavere del nazista Giancarlo Esposti, perfino i lacci che in un angolo buio del cortile del supercarcere di Novara strangolano Ermanno Buzzi, testimone prezioso di uno dei tanti processi, sono solo stazioni minori del viaggio di Benedetta. Perché il vero senso del libro sta nell’ambizioso progetto di illuminare la parte migliore di noi stessi, una seduta psicanalitica collettiva che consenta di vincere l’orrore delle paure, del conformismo, delle scelte comode e delle mediazioni menzognere. Non c’è Dio ad accompagnarci, ma la poesia, il cinema, l’arte, l’amore romantico per gli amici con cui si condivide un sogno o un’illusione, e anche valori un po’ fuori moda: l’appartenenza allo stato, la giustizia e perfino la verità.

“Poiché il senso d’identità si costruisce sul passato, mettersi in discussione è una fatica immane: difficile scegliere di farsene carico, a meno di non trovarsi nell’urgenza di una situazione di stallo e di crisi. Il dolore e il senso di colpa sgretolano il terreno sotto i piedi, aprono brecce, e l’anima si trova davanti a un bivio: può irrigidirsi nella chiusura, oppure intraprendere un lungo percorso di elaborazione”.

Chiudo il libro, mentre il regionale Fiumicino–Orte mi restituisce con lentezza alla capitale: siamo in tanti su questo treno, esercito di pendolari stanchi e pigiati, l’obiettivo ideale per quei giovani che negli anni settanta chiamarono il nemico di cui non potevano fare a meno; tiro un sospiro di sollievo, e penso che nei cessi dei convogli non ci sono più i Nico Azzi a trafficare con i detonatori e nessuno lascia più valige di pelle nelle banche, emozionandosi al ricordo dei vetri che vanno in frantumi durante l’esplosione. Ma le stelle di Paul Celan, per fortuna, brillano sempre nel cielo.       

Gaudet Mater Ecclesia

Tag

,

8198552493_be17df8743_c

Era dai tempi in cui il bel sorriso di Albino Luciani fece la sua comparsa  sul terrazzo del Palazzo Apostolico,  un tardo pomeriggio di fine agosto del 1978, che l’erede al soglio di Pietro non riconciliava la severità di duemila anni di roghi, scomuniche, genuflessioni e flabelli, “il più violento dispotismo di questo mondo” per dirla alla Rousseau, con l’amore e la speranza del messaggio evangelico.  

Consumatosi in appena trentatre giorni il tentativo di riforma della Curia sognato dal Patriarca di Venezia, alla Chiesa cattolica è toccata in sorte prima l’ossessione per il sesso e il comunismo di Giovanni Paolo II, abilmente ammantata sotto i bagni di folla planetaria e le scuse distribuite a profusione in ogni angolo del pianeta, poi l’ortodossa e asfissiante teologia di Benedetto XVI, impegnata a difendere i valori non negoziabili della fede dall’assalto della laicità, proprio mentre i bambini fuggivano a gambe levate dalle sagrestie delle parrocchie.

Nessuno, come Papa Francesco, è mai riuscito in così pochi mesi di pontificato a coagulare una tale massa  di buoni sentimenti, a restituire enorme fiducia alla sofferente comunità cattolica; nessun capo religioso è stato in grado di conquistare tanto rapidamente, con simpatia e naturalezza, le attenzioni dell’informazione, la considerazione e il rispetto dei credenti delusi, la curiosità dei laici, perfino l’interesse di qualche mangiaprete incallito.

Eppure, proprio nella reiterata rottura con il recente passato, nella ricerca quasi autistica dell’apertura al dialogo, si intravedono i limiti delle parole di Bergoglio: nessun afflato spirituale ad accompagnare le carezze e la preoccupazione per i “feriti”, alcun segno di sofferenza interiore per l’arroganza degli ultimi decenni sembra turbare il volto gioioso del Santo Padre, come se la ricerca del consenso smarrito, dilapidato a colpi di corruttele bertoniane e diktat bioetici, fosse la vera forza, il motore dello show del papa venuto “dalla fine del mondo”.  

Non c’era molta gente invece nel monastero benedettino attiguo alla basilica di San Paolo fuori le Mura quella domenica  mattina del gennaio 1959, quando il tempo, attraversato da un brivido e dalla chiara sensazione che il più grande evento della seconda metà del novecento stesse prendendo forma, si fece storia. L’annuncio di Giovanni XXIII ai suoi cardinali dopo la messa, l’intenzione di convocare un concilio ecumenico che riunisse tutto il cristianesimo per capire “a che punto siamo con l’annuncio della buona novella”, non suscitò gli entusiasmi che accolgono oggi le telefonate e le tavole rotonde di Santa Marta. Ignorata dai più, primo fra tutti l’Osservatore Romano che si limitò a segnalarla nelle anonime pagine interne, la notizia provocò le reazioni più disparate nella Curia, dal pacato scetticismo dei porporati americani e tedeschi fino alla speranza del clero francese di una Chiesa più vicina al popolo, passando per i travasi di bile dei cardinali Siri (“Il pontificato di papa Giovanni è il più grande disastro nella storia della chiesa degli ultimi cinque secoli”) e Ottaviani, che dallo scranno del Sant’Uffizio sentenziò, nel consueto miscuglio di latino e trasteverino, che “avrebbe preferito spegnersi prima dell’apertura dei lavori, così da morire ancora cattolico”.          

Impopolare e di difficile realizzazione, quella di Roncalli è la scelta di un uomo che rifiuta ogni protagonismo, che avverte il pericolo di non comprendere più il mondo e chiede aiuto alla sua Chiesa, chiamandola a raccolta per riflettere intorno a  una modernità con cui, per sopravvivere, è necessario dialogare. La rivoluzione messa in atto dal pontefice è di sostanza, ma prende corpo attraverso una nuova forma da dare all’abito talare, quella della comunità unita e gaudente, il popolo di Dio che rifiuta la glaciale distanza con cui Pio XII, l’ultimo monarca assoluto che non si era neanche degnato di uscire da Roma, offriva ai propri sudditi l’anello per il bacio. Roncalli mette Cristo su un treno e lo porta ad Assisi e a Loreto, e poi al tripudio dell’11 ottobre 1962 di Piazza San Pietro, benedetto dalla luna e al riparo da quel destino impietoso e beffardo che solo qualche anno prima, come lo starec Zosima de I Fratelli Karamazov, aveva trasformato il solenne corpo di Pacelli, esposto nella navata centrale della basilica, in un cadavere decomposto e maleodorante.

Donne che uccidono gli uomini

Tag

, ,

Morta. Se viva, sfigurata dall’acido, sottomessa, priva di libertà. Oppure attiva in politica, ma con un bell’articolo determinativo femminile piazzato davanti al cognome, LA Boldrini e LA Bonino, sgraziata cortesia linguistica mai riservata ai colleghi dell’altro sesso. Per essere degna delle attenzioni di giornali e televisioni, la donna italiana del ventunesimo secolo deve soddisfare una di queste condizioni; eppure,  dirigere con autorevolezza i lavori del parlamento indossando un tailleur o l’aver messo in discussione l’assetto tradizionale della coppia, esponendosi così a criminali violenze e ritorsioni, non sono certo novità di questi ultimi anni.

Nonostante l’improvviso interesse della stampa, dell’editoria e, ultima come al solito, perfino della politica, la riflessione sul ruolo sempre più determinante delle donne in una società di fatto ancora maschio-centrica, e sulle difficoltà degli uomini nel comprenderlo e accettarlo, stenta a decollare. Quel che resta nei pensieri e nel dialogo quotidiano è la sola emergenza cronachistica e la conseguente necessaria risposta penale, come se l’inasprimento giudiziario, la protezione o la messa in guardia dall’incubo casalingo risolvessero ed esaurissero la complessità odierna della questione femminile.

Così, il racconto di quest’orrore, numeri e storie gettate sul piatto della bilancia come dal salumiere, non protegge le donne e non le arma, limitandosi a sbirciare nella solitudine e nella tragedia, ignorando completamente le loro difficoltà nel trovare e conservare un impiego, l’iniquità delle condizioni di lavoro e delle opportunità professionali rispetto agli uomini, la mancanza di tutela e sostegno per quante scelgono di avere un figlio, il diffuso sessismo. Una narrazione senza alcuna possibilità di successo nella rimozione dell’orrido pregiudizio che vuole il maschio l’individuo destinato a provvedere alla sussistenza della propria famiglia.

In realtà, la storia e la cultura politica del nostro paese, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale,  devono alla risolutezza, alla saggezza e all’intelligenza femminile un contributo essenziale, spesso taciuto. Un contributo che, quando necessario, è passato attraverso la determinazione più ostinata e l’uso della forza.

Senza il coraggio di Leonilde Jotti l’Italia sarebbe un paese peggiore. Lei, grazie anche all’amore paterno prima, e a quello del suo uomo più avanti, comprese fin da giovane che per salvarsi dalla follia fascista insieme alle compagne dei “Gruppi di difesa della donna” l’unica strada era quella dell’emancipazione, da raggiungere attraverso lo studio e l’impegno, ma rinunciando a ogni forma di settarismo e autocommiserazione, piuttosto dando una mano a trasportare qualche cassa piena di fucili. Con gli uomini che incontra Nilde parla, li ascolta e con loro decide, arrivando lontano: deputata alla Costituente a 26 anni, prima donna a presiedere il parlamento, la sola a farlo per ben tre volte, unendo la sua “progressione” a una ricambiata passione amorosa per una persona sposata, rumoroso schiaffo in faccia alla morale bigotta che le stava attorno, tanto tra i cattolici quanto nel suo stesso partito.

A Colleferro, dove trascorre i primi vent’anni della sua vita, Barbara Balzerani di affetto e calore umano non ne sente molto, offuscato, quel poco che c’è, dalle complicate relazioni familiari e dal fumo delle ciminiere che inquinano senza sosta producendo armi e cemento. A Roma va un po’ meglio: l’università, il lavoro di maestra in un asilo, l’amore, ma la pace dura poco, non è mica facile vedere l’uomo che hai sposato andarsene con la tua migliore amica! E allora tutta l’enorme forza che Barbara ha dentro va all’impegno politico e all’ideologia, fino al fatale incontro con la follia del terrorismo, unica donna nella storia a comandare da sola i maschi delle Brigate Rosse, quelli che a Milano una volta bucarono un appuntamento con i tedeschi della RAF perché nel luogo prescelto “si erano presentate solo due ragazze bionde, ma nessun compagno”. Dopo gli omicidi l’aspettano venticinque anni di carcere e il tempo necessario per maturare due importanti decisioni: dichiarare con lucidità, insieme ad altri protagonisti, la fine della loro lotta armata senza se e senza ma, e il faticoso tentativo di reclamare il diritto di parola e d’opinione anche per quanti, come lei, nella vita hanno commesso degli errori.

Quando nel 1976 una lugubre e blindata Torino ospita il processo al cosiddetto nucleo storico delle Brigate Rosse, lo sguardo e le parole di quegli uomini rinchiusi dentro le gabbie sembrano onnipotenti: paralizzano una routine giudiziaria fino allora perfettamente funzionante, frantumano e rendono vacui concetti quali “senso dello Stato”, “dovere di cittadino”, “responsabilità”. Solo due persone hanno il coraggio di incrociare i loro occhi con quelli degli imputati, forti delle scelte compiute: una è Fulvio Croce, il Presidente dell’ordine degli avvocati di Torino, un vecchino di quasi ottant’anni che, undici mesi dopo aver assunto la difesa d’ufficio degli accusati, resta a terra con la faccia e il torace spappolati da 5 colpi di Nagant; l’altra si chiama Adelaide Aglietta ed è la prima donna in Italia a guidare la segreteria di un partito politico. Quando il destino sceglie il suo cognome tra quello di milioni di italiani, la Giuria popolare che dovrà vigilare sul corretto svolgimento del dibattimento è un fantasma: al posto di individui in carne e ossa, sono arrivati in Tribunale solo pile di certificati medici per comunicare l’indisponibilità delle centinaia di nomi sorteggiati. Eppure anche lei ne avrebbe di motivi per non presentarsi alla caserma La Marmora: l’impegno con il Partito radicale, la visibilità mediatica che la rende un obiettivo ancor più appetibile per la vendetta brigatista, due figlie, un marito e un nuovo compagno terrorizzati. La serietà con cui Adelaide accetta il ruolo di giurata rianima uno stato di diritto ormai rantolante, consente la ripresa e la conclusione di un processo che in due anni aveva collezionato tre udienze, suscita perfino la tacita ammirazione e il rispetto dei terroristi, ammansiti dalla sua dignità.

Sono solo tre storie note tra le tante: quella di Nilde che fu esemplare, di Barbara che sbagliò, e di Maria Adelaide che sopravvisse alle Brigate Rosse ma non a un cancro al seno: racconti, questi, che ogni donna dovrebbe custodire gelosamente e tramandare, perché senza il loro esempio non esiste futuro.

La verità, vi prego, sull’aborto

Tag

Scansito da un dispositivo multifunzione Xerox00111

E’ una parola impronunciabile, rimossa dal lessico quotidiano che accompagna le nostre relazioni. Nella migliore delle ipotesi è un’esperienza da raccontare a intimi e fidati interlocutori, confidenza suprema rivelata nella speranza di trovare conforto. Eppure, dati Istat alla mano, in Italia, nel solo 2009, una donna su sei ha portato a termine un’interruzione volontaria di gravidanza.

Minacciato nelle sue fondamenta da un esercito di ginecologi che per ambizione professionale si rifugia nell’obiezione di coscienza, con picchi che in alcune regioni superano l’80% del personale ospedaliero, il diritto all’aborto appare oggi lontanissimo dall’essere il punto d’arrivo di un cammino verso la laicità e la modernizzazione intrapreso dalla società italiana all’inizio degli anni settanta. Piuttosto, la decisione di rinunciare alla maternità, si è trasformata in occasione di scontro tra opposte fazioni alla ricerca di consenso: partiti politici, organizzazioni religiose, giornali e televisioni, tutti si contendono il monopolio sulla verità a colpi di “diritti dell’embrione”, “rispetto per il dolore”, “tutela della vita”, “libertà di scelta”. Nel frattempo abortire negli ospedali è sempre più difficile e stigmatizzante, unica tra le facoltà sancite dalla legge da esercitare in punta di piedi, silenziosamente e senza disturbare troppo.

In La verità, vi prego, sull’aborto (Fandango 2013), Chiara Lalli non si limita a testimoniare le miserie dell’applicazione della 194, ma punta diritta al nucleo centrale della questione: le donne sono libere di non desiderare un figlio o l’effetto paralizzante della morale cattolica le ha ingabbiate in un destino ineluttabile, scandito da sofferenze, rimorsi e fantomatici effetti collaterali?

Il senso di colpa sembra essere un passaggio obbligato dell’interruzione volontaria di gravidanza, per tutte le donne, indistintamente e senza via di uscita. Eppure le conseguenze di ogni scelta dovrebbero essere diverse per ciascun individuo, che ne risponde esclusivamente al proprio sistema di valori e alla propria etica. Questa logica sembra però non funzionare nell’elaborazione dell’aborto, dove nonostante i diversi percorsi e le mutevoli condizioni attraverso cui tale decisione viene presa, il consueto asse dolore-rimpianto finisce sempre per prevalere.   

La stessa industria culturale, che pure in Italia ha sempre avuto un ruolo determinante nel progresso della società e nella difesa dei diritti, non è mai riuscita a promuovere e stimolare narrazioni che non prevedessero la copiosa presenza di lacrime e struggimento. Nel 1975 Pier Paolo Pasolini, nel pieno della discussione sui referendum promossi dal Partito Radicale, dedicò all’argomento ben cinque articoli, poi raccolti negli Scritti Corsari, in cui lanciava un angosciato appello per la difesa del feto dalla “madre nemica” e liquidava l’aborto come un prodotto perfettamente inserito nella “rivoluzione consumistica” in atto.     

Agli Stati Uniti, laboratorio privilegiato delle strategie antiabortiste in termini di violenza sia fisica sia iconografica, sembrano ispirarsi le molte anime del movimento conservatore del nostro paese, compresi quei politici che, sempre presenti e puntuali nel dibattere dell’embrione e la sua salvaguardia, lo sono molto meno quando è necessario tutelare la salute dei cittadini da comportamenti gravissimi e irresponsabili. In barba all’articolo 7 della Costituzione, nessuna voce sì è levata per sottolineare l’importanza della sentenza con cui la Corte di  Cassazione ha escluso “l’applicazione dell’obiezione all’assistenza antecedente e successiva all’intervento”.  

Per imparare ad amare un figlio venuto al mondo c’è molto tempo, per capire se lo si desideri veramente solo qualche settimana, e la risposta può essere NO. Forse, quando sarà rimosso il peso dei giudizi paternalistici e moraleggianti nei confronti dell’interruzione volontaria di gravidanza, le donne potranno dirlo ad alta voce.

Attualità del pensiero politico del compagno Berlinguer

Tag

8076980587_8d44ac571a_b

Gli scritti che Enrico Berlinguer affida a Rinascita nel periodo che va dal 1972 al 1984, non sono soltanto un prezioso strumento per comprendere le scelte fatte e le strategie adottate dal leader comunista negli anni della sua segreteria, ma costituiscono la formidabile testimonianza di un percorso umano e politico esemplare.

A partire dalle Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile, i tre saggi scritti a caldo dopo l’11 settembre del 1973 che approdano alla proposta del compromesso storico con le masse cattoliche e la Democrazia Cristiana, fino alle considerazioni sulla Centralità della questione morale condivise nella primavera del 1984, pochi mesi prima dell’improvvisa morte, il politico sardo prende per mano milioni di italiani, operai, braccianti, donne e giovanissimi, e li guida attraverso i terribili anni settanta, mettendo a loro disposizione un duplice formidabile metodo d’analisi dei mutamenti in corso: il pensiero di Gramsci, contestualizzato all’interno del percorso della Resistenza e dell’approvazione della Costituzione, la sapienza e l’abilità politica di Togliatti, attualizzate allo scopo di far breccia in un sistema capitalistico ormai definitivamente consolidato.

Il risultato di questo lavoro è straordinario: non solo sull’agenda politica trovano spazio temi fino a quel momento completamente ignorati, basti pensare agli strumenti integrativi del reddito, alle domande sulla qualità dello sviluppo e dei fabbisogni reali degli individui, al ripensamento degli equilibri tra società laica e mondo religioso, ma soprattutto, il dichiarato progetto di rinnovamento democratico attraverso la realizzazione del socialismo, viene sottoposto al giudizio, alla valutazione e alla riflessione critica, non solo delle segreterie degli altri partiti e dei militanti comunisti, ma di tutti gli attori e gli spettatori della possibile rivoluzione e offerto a ciascuno di loro: in primis ai cattolici, ma anche agli emarginati meridionali, agli studenti e ai disoccupati, e perfino allo stesso clero. La proposta viene formulata con tale autorevolezza e carisma  che i destinatari non possono certo ignorarne la compiutezza e la serietà.

Estraneo a qualsiasi retorica comunicativa o blandizia propagandistica, il manifesto che Berlinguer mette a punto durante la permanenza a Via delle Botteghe Oscure, pur inserendosi nel solco della tradizione e dell’ortodossia comunista, il materialismo storico come punto di partenza di ogni indagine sulla realtà, recepisce in pieno la contemporaneità e i nuovi equilibri nazionali e internazionali, affrontando, tra le altre, alcune questioni che  a distanza di quasi quarant’anni si riveleranno cruciali nel determinare l’attuale declino.

Aperto al dialogo con tutti, dotato di uno slancio ecumenico che si fa prassi politica, Berlinguer difese sempre con estrema decisione il principio della rappresentanza proporzionale, il solo sistema elettorale cui affidare la custodia di quella pluralità di voci e opinioni parlamentari da lui considerata una fondamentale ricchezza nel dibattito sul futuro dell’Italia; respinse sempre con forza ogni tentazione maggioritaria e bipartitica, che pur avrebbe giovato al consenso del PCI, convinto che quel meccanismo potesse produrre soltanto la spaccatura verticale del paese, la stessa che, triste profeta, paralizza ancora oggi la nostra democrazia.              

A tale saggezza la Democrazia Cristiana rispose non solo mettendo in campo i gioielli di famiglia, menzogne, propaganda vaticana, torbide trame con i missini, ma ignorando ogni richiesta di dialogo e collaborazione, consapevole che il progetto politico di Berlinguer fosse vincente, poiché fondato sullo studio e sulla comprensione anche delle aspettative che milioni di elettori esprimevano votando lo scudo crociato.

Seppur combattivo, è un uomo stanco quello che, deluso dal fallimento della politica di solidarietà nazionale, al termine della settima legislatura tenta di uscire dal vicolo cieco dell’austerity condividendo con i propri compagni un nuovo modello di progresso economico, che emancipandosi dall’incubo del petrolio e dell’ansia dell’inflazione, ponga al centro del dibattito l’occupazione non solo come mezzo di sostentamento, ma di realizzazione e appagamento dei desideri, per rifiutare con forza i finti bisogni indotti dall’ideologia consumista.

Ignorato dai più, la morte iniziò a reclamarlo una sera di giugno del 1984, mentre esortava la sua gente durante un comizio. A Padova, in Italia, oggi il paese europeo con il più alto numero di telefoni cellulari pro capite.

Aldo Moro, Colasanti e Zanardi

Tag

,

00000001

L’Italia, prima che sul lavoro, è soprattutto una Repubblica fondata sullo scherzo, sulla farsa, sulla comicità.

Artemio Altidori di Ladispoli ad esempio, è vittima della peggior ferocia umana: ha trentacinque anni, è un cretino, ma ha una moglie che lo ama e lo protegge, un lavoro, la possibilità di intravedere dinnanzi a sé un futuro dignitoso; per l’altrui bassezza perde il poco che possiede, e perfino l’uso della ragione. Eppure, il poetico minuto finale de “La nobile arte”, l’episodio che conclude “I mostri” [1], non suscita nello spettatore la rabbia, lo sdegno e il disgusto per la terribile sorte del povero pugile; anzi, si riesce perfino a sorridere e a intenerirsi nel vedere il forse redento Tognazzi fare il buffone su quella stessa spiaggia che, anni dopo, accoglierà il cadavere umiliato di Pier Paolo Pasolini.

“Questa è stata la mia vita, non posso averne un’altra, e purtroppo non sono neanche un attore” racconta visibilmente sofferente Mario Moretti conversando con Sergio Zavoli [2]. Una mosca bianca nel paese della commedia, dove tutto si affronta con leggerezza, dove per ciascuno esistono infinite possibilità di recitare ruoli diversi, proprio come in un film.

Pensiamo all’evento più drammatico del nostro dopo guerra, il sequestro di Aldo Moro; con il presidente del suo partito nelle mani delle Brigate Rosse, Francesco Cossiga, il ministro dell’Interno, da prova di tutta la sua creatività investigativa per scovare la prigione del popolo, affidando ogni decisione a tre macchinosi e inconcludenti comitati di crisi [3], al cui interno piazza uomini a suo dire strategici per la liberazione del prigioniero: il direttore dell’Enciclopedia Italiana, una dozzina di piduisti, un super consulente fatto venire direttamente dagli Stati Uniti, paese in cui il lavoro politico di Aldo Moro era “notoriamente apprezzato”. Visto poi che dal mondo terreno non emergono elementi utili all’indagine, gli indizi si cercano direttamente nel paranormale: la pista giusta arriva da una seduta spiritica, ma il Viminale preferisce spedire un manipolo degno dell’Armata Brancaleone a perquisire stalle e porcilaie sul lago di Bolsena, località Gradoli, piuttosto che un covo brigatista in una via di Roma Nord. Come se non fosse abbastanza, per far impallidire Monicelli e le sue sceneggiature, si mette a segno il colpo finale: l’immersione di un pugno di sommozzatori nelle acque ghiacciate di un lago appenninico, per esplorare “i fondali limacciosi” fantasiosamente descritti in un evidente falso comunicato. Ci sarebbe da divertirsi molto, se solo la pietosa immagine di quell’uomo morto accucciato nel portabagagli in Via Caetani non ponesse fine alla commedia dei cinquantacinque giorni di prigionia.

C’è invece un autore nella recente storia italiana che si è rifiutato di ridere e basta della vita, si chiamava Andrea Pazienza, e gli occhi con cui osservava la storia del suo paese erano quelli di due sbarbi (più un terzo a rimorchio), liceali senza tempo che attraversano le rovine del mondo che li circonda con distacco e indifferenza. Roberto Colasanti e Massimo Zanardi sanno perfettamente che il tragico destino che cavalcano a ritmo spedito è una scelta definitiva che non ammette ripensamenti; nelle loro crudeli gesta non c’è spazio per la mediazione, né per il pentimento, ma solo una lucida volontà di testimoniare il vuoto in cui sono immersi. Estranei a qualsiasi morale, ancora lontani dal dolore che indurrà al suicidio Pompeo, Colas e Zanna [4] si liberano fin da subito del pesante fardello del senso di colpa, e scivolano gioiosamente nel baratro della solitudine, persuasi di essere loro in fin dei conti, i peggiori, gli unici a condurre un’esistenza di verità, seppur costretti all’esilio nel “continente sommerso, con le sue fosse e le cime invisibili”.

Forse solo una persona sarebbe riuscita a farsi ascoltare da quei folli ragazzi, e ci provò; era un collega di Aldo Moro, fumava la pipa, aveva sparato ai fascisti, e una sera invitò a cena al Quirinale il loro disegnatore. Che fu atteso a lungo, la tavola apparecchiata. Invano.

1. I mostri, Dino Risi, 1963
2. L’intervista è presente in La notte della Repubblica, trasmissione televisiva in 20 puntate andata in onda su RAI 2 a partire dal dicembre del 1989
3. Per una dettagliata descrizione delle nomine e del funzionamento dei comitati di crisi durante il sequestro di Aldo Moro si veda Doveva Morire, Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, Chiarelettere, 2008
4. La casa editrice Fandango ha ristampato negli ultimi anni più o meno tutte le storie di Zanardi e di Pompeo. Sono attualmente disponibili nel catalogo i volumi TUTTOZANARDI del 2013 e Gli ultimi giorni di Pompeo del 2011

Quel che resta dei cattolici

Tag

2013-03-31 12.57.20

Tredici marzo duemilatredici, ore ventitré circa. Mentre l’acido del Lambic appena bevuto inizia ad accarezzarmi le papille gustative, squilla il telefono. Rispondo preoccupato: “Pronto mamma, cosa è successo?”; “Figliolo, hai saputo? Fumata bianca, abbiamo il nuovo Papa!”.

Il libro del sociologo torinese Marco Marzano, Quel che resta dei cattolici (Feltrinelli 2012), parte più o meno da qui, dall’esistenza in Italia di due diverse Chiese. Una, quella del Pontefice, del Conclave e del colonnato del Bernini, in grado di parlare a tutti, presente stabilmente sui giornali e le televisioni, influente e piena di fascino, coccolata dalla politica, con un fatturato e un patrimonio immobiliare tra i più importanti del pianeta. L’altra, quella delle brutte parrocchie di cemento armato in cui nessuno vuole sposarsi, del catechismo, della preghiera, dilaniata da una paurosa crisi delle vocazioni, ignorata e rimossa.

L’indagine sullo stato di salute della fede nel nostro paese ci restituisce un quadro drammatico, più simile a un reportage di guerra che a un viaggio attraverso le beatitudini dello spirito, con i presbiteri e le comunità ecclesiastiche assediati da ogni lato: dalle periodiche esternazioni del vescovo di Roma in materia di contraccezione, aborto e fine vita, che producono confusione e smarrimento tra i fedeli; dalla dilagante secolarizzazione che attraversa il capitalismo avanzato, puntellata dagli scandali sessuali che hanno travolto il clero negli ultimi anni; dall’esercito dei frequentatori occasionali, pronti ad assaltare le parrocchie autogrill giusto il tempo necessario a consumare uno dei sacramenti disponibili nel catalogo.        

Le cifre sono impietose: se l’89% degli italiani ha opzionato l’ingresso nel regno dei cieli battezzandosi, solo una piccolissima parte tra loro (la media nazionale si attesta sul 6%) partecipa al rito domenicale della messa, con un crollo vertiginoso (più del 70%) delle presenze tra i giovani; in molte diocesi, per garantire alle anziane signore il regolare svolgimento della funzione, i sacerdoti sono costretti a veri e propri “tour del Signore”, che prevedono nella stessa giornata anche cinque celebrazioni in luoghi diversi.

Impegnato a ribadire in ogni momento il primato petrino, imbarazzato dall’abbondanza degli scandali interni, ce n’è per tutti i gusti, dalla pedofilia al maggiordomo corvo passando per la corruzione di Formigoni, il governo del Vaticano assiste impotente al cambiamento in atto, non trovando certo nella CEI la sponda adeguata ad arginare il crollo.

Alle comunità locali non resta che chiudersi in se stesse o scomparire, riuscendo talvolta a sopravvivere solo grazie alla presenza di sacerdoti particolarmente carismatici, in grado di fare chiesa da soli e di coinvolgere il laicato, nonché di attrarre qualche giovane, ultimissima speranza prima dell’estinzione.

Se i vertici ecclesiastici si sono nei fatti rivelati incapaci di mettere in atto quella risposta alla modernità discussa e teorizzata dal Vaticano II, l’occasione non è stata invece sprecata da alcuni movimenti, che approfittando del clima post-conciliare e della crisi dell’Azione Cattolica, hanno avviato, a partire dagli anni settanta, una massiccia campagna di reclutamento tra i laici. Mentre Comunione e Liberazione e l’Opus Dei hanno prestato particolare attenzione agli aspetti più “temporali” della religiosità, diverso è stato il percorso dei Carismatici e soprattutto del Cammino neocatecumenale.

Nato in Spagna alla fine degli anni sessanta, l’organizzazione promuove da sempre un ritorno alla purezza delle origini del cristianesimo, criticando ferocemente qualsiasi mediazione e rapporto della Chiesa con il potere politico. Nonostante il nucleo dell’esperienza neocatecumenale sia costituito dalla riscoperta del battesimo e da un’intensa catechesi, il Cammino, più che consorzio aperto dedito all’evangelizzazione, ha assunto nel corso del tempo le sembianze di una vera e propria setta religiosa, arrivando ad annullare ogni aspetto della vita privata dei fratelli e delle sorelle.

A differenza del cattolicesimo tradizionale, la diffusione del movimento sembra oggi non conoscere crisi; sono moltissimi i gruppi che prosperano all’interno delle parrocchie, in un regime di totale separazione dal resto dei fedeli, e con una propria particolare liturgia, modellata su quella canonica dal gusto personale dei fondatori. Fosse ancora in vita, Giovanni Paolo II, padre spirituale, amante entusiasta e sostenitore della regolarizzazione tramite  Statuto del Cammino, sarebbe forse preoccupato dell’eccessiva indipendenza di questa “manifestazione dello Spirito Santo, che è lievito che fermenta la comunità”.    

Ignorando i duemila anni di barbarie e menzogne che gli eredi di Pietro si lasciano alla spalle, l’immagine dei confessionali impolverati ai lati delle navate e dei banchi potrebbe suscitare perfino qualche tenerezza; ma è solo lo sbandamento di un attimo, immediatamente un senso di profonda soddisfazione e allegria torna a fare da sfondo all’inesorabile declino di Santa Romana Chiesa.

Stampa e regime

Tag

La prima volta che entrai in un bar con il mio amico Giovanni non riuscivo a capire perché fosse così agitato; l’unico elemento certo era l’esplicita relazione tra il suo disagio e il mio sfogliare il giornale e commentarlo ad alta voce. Quando fu evidente che la quiete dei nostri incontri era minacciata e turbata dal minimo movimento fatto verso una fonte d’informazione, Giovanni confessò: fuggiva dalle notizie, dagli aggiornamenti in tempo reale, dai lanci ANSA, dall’inutile tentativo di comprensione dell’attualità, per lui zavorra di una vita dedicata a coltivare pensiero e passioni.

Io nel frattempo scoprivo l’avversione di Marcello Pera per il relativismo culturale, leggevo con curiosità che la Costruzioni Magiste Spa era l’unica società dello “Stefano Ricucci Trust” con sede legale a Zagarolo e ripensavo alla scelta di Giovanni: rigida, estrema, senza senso.

Smisi di comperare i quotidiani nell’estate del 2009: galeotto fu il colpo di stato in Honduras (?) e la sua demenziale narrazione; infatuato della ventata socialista che spazzava il Sudamerica dopo la Rivoluzione Bolivariana, seguivo con attenzione ogni vicenda di quel continente. Gli sgangherati e superficiali articoli di inviati che descrivevano i fatti a bordo di qualche piscina, centinaia di chilometri lontani da Tegucigalpa, non potevano competere con i lucidi e coraggiosi resoconti che trovavo in internet. Abbandonai così le cronache dall’emiciclo della Sarzanini, gli editoriali di Travaglio al sapore di manette, e dirottai energie e attenzioni sulla libreria di casa, scoprendo mondi e parole senza tempo, né date di scadenza.

Il mio esilio dal contemporaneo trova di fatto quotidiana sospensione nella navigazione della rete; seguo le Home Page delle principali testate, leggo Facebook, blog e altro, esponendomi volontariamente, a volte piacevolmente, all’assunzione di fatti e umori. Certo delle mie opinioni, saldo nelle radici millenarie della storia umana, con il santino di Proudhon accanto al mouse, nei giorni successivi alle elezioni politiche italiane del febbraio 2013 ho letto molti articoli e guardato altrettanti video; tutti più o meno trattavano il medesimo argomento: il successo elettorale raggiunto dal Movimento 5 Stelle e lo sbarco in parlamento dei suoi deputati e senatori.

Prima del voto questo fenomeno non suscitava in me alcun interesse; politica senza ideologie, neo-liberismo in salsa comica con una spruzzata di internet e ambiente, populismo e cialtroneria. Questi i soli concetti evocati dalle mie pigre riflessioni su Beppe Grillo e la sua rivoluzione: gli “Scritti Corsari” adagiati sul comodino prendevano facilmente e rapidamente il sopravvento. Eppure, l’enorme mole di considerazioni in proposito che mi hanno travolto nell’ultimo mese, ha generato quel mostro che Giovanni fuggiva: l’indifferenza si è trasformata in rabbia verso il manipolatore Casaleggio (?) e il suo presunto progetto culturale, in disgusto per la manifesta ignoranza e banalità dei suoi adepti, in fastidio per l’arroganza degli ultimi arrivati.

Allora, pieno di sconforto, ho ripensato a Valerio Verbano e al suo dossier sparito per sempre, a Marco Pannella, ai referendum sul divorzio e l’aborto, agli scioperi della fame per l’abrogazione della Legge Reale, a quando i radicali riempivano venti minuti di spazio televisivo imbavagliati per protestare contro la censura, all’autunno caldo e alla lotta armata. Mi sono tuffato nel Concilio Vaticano II, ho letto di Papa Roncalli e visto “Il Vangelo secondo Matteo” a lui dedicato, mi sono immaginato Gramsci e Togliatti che si davano lo spalle, ho deciso di indagare sul rapporto tra Spadolini e il fascismo. Ho ripreso fiato insomma e annusato un po’ di storia del mio paese, di cui da tempo ho smesso di sentirmi cittadino, da molto prima che un comico genovese, un nano milanese e un velista della FGCI conquistassero le luci della ribalta.

Fascisti del vecchio millennio: Stefano Delle Chiaie

Tag

,

Enzo Biagi è morto nel 2007. Quando la sera la sua immagine appariva in televisione, un senso di pace e di quiete si impossessava degli spettatori: l’esile figura, la semplicità degli abiti, l’assoluta imperturbabilità, tutto in lui contribuiva a farne l’educato e rassicurante vicino della porta accanto. E’ quindi necessario uno sforzo d’immaginazione non banale per mettere a fuoco la scena accaduta nel gennaio del 1983: il giornalista, sbarcato a Bogotà per intervistare un latitante italiano braccato dai servizi segreti, si dirige verso un villaggio al confine con il Venezuela, e da lì, dopo due giorni di attesa, viene condotto da una scorta armata in una località segreta nel cuore della selva.

L’uomo che costrinse Enzo Biagi ad attraversare l’oceano e sfidare le zanzare dell’Orinoco era Stefano Delle Chiaie, di professione “nazional-rivoluzionario al servizio delle idee”. Ai tempi dell’amazzonico incontro il fondatore di Avanguardia Nazionale, dileguatosi dal tribunale di Piazzale Clodio una mattina del 1970, ha sulle spalle tre mandati di cattura (per l’attentato di Piazza Fontana, l’omicidio del giudice Occorsio e la strage alla stazione di Bologna) e una condanna a cinque anni in primo grado per cospirazione politica (presunta partecipazione al Golpe del suo maestro, il “comandante Borghese”).

Negli anni a venire le vicende processuali in cui sarà coinvolto si risolveranno tutte in favore di Delle Chiaie, che tra alibi inattaccabili e prove insufficienti, conserverà il proprio candore giudiziario; ma più dei carichi pendenti sarà un’altra la preoccupazione che ne turberà il sonno: i sospetti rapporti intrattenuti, a partire dagli anni sessanta, con gli uomini dei servizi segreti, orribile inciampo nel perfetto curriculum del militante antisistema. Incalzato da Sergio Zavoli [1] e dallo stesso Biagi sulle frequentazioni di militari del SID, “Er Caccola” si limiterà ad ammettere un incontro con il capitano Labruna a Barcellona, negando per il resto qualsiasi collaborazione con gli agenti di Via Sicilia, e dichiarandosi piuttosto vittima di infami calunnie, orchestrate dall’Ufficio D del Generale Maletti, atte a screditarlo presso gli amati camerati.

Anche Giacomo Pacini, nel lavoro [2] in cui ricostruisce la storia dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, dedica ampio spazio all’ipotesi di legami tra Avanguardia Nazionale e il servizio segreto del Ministero dell’Interno; sono molti i testimoni citati pronti a giurare sulla familiarità di Delle Chiaie con il direttore D’Amato, nella cui stanza il militante fascista si sarebbe sentito particolarmente a proprio agio. Ma al di là della rigorosa analisi dei fatti e dei documenti processuali, nel libro non viene accertata alcuna prova inconfutabile della collusione tra l’organizzazione e l’UAR.

Insomma, se la verità giudiziaria e quella dei saggi sembrano assolvere Stefano Delle Chiaie da pesanti e manifeste responsabilità nella terribile stagione delle stragi, il giudizio storico non può essere altrettanto cauto. Cresciuto alla scuola dello squadrismo missino, iniziato al nazismo dai futuri capi di Ordine Nuovo, il camerata campano apprese da Borghese che, anche a un rivoluzionario, può tornare utile la difesa del “regime”: nel 1965 partecipa a Roma al convegno sulla guerra anti-comunista in Italia (la piattaforma ideologica su cui si costruirà la futura strategia della tensione), qualche anno dopo spedisce una quarantina di accoliti in Grecia dagli amici Colonnelli, con l’obiettivo di perfezionare i metodi di infiltrazione negli schieramenti politici avversari, mentre ai suoi ragazzi commissiona attentati dinamitardi garantendo impunità e protezione.

Quando la giustizia inizia finalmente ad interessarsene Delle Chiaie fugge in Spagna, dove trova una calorosissima accoglienza da parte del regime franchista, che gli consente in poco tempo di diventare uno dei principali animatori di un’internazionale nera nata dall’incontro di ex membri dell’OAS con militari portoghesi e neo-fascisti italiani. Attivi con ogni probabilità nella guerra sporca contro ETA, gli avanguardisti danno sfoggio di tutto il loro talento politico il 9 maggio del 1976 a Montejurra, nella Navarra: durante una manifestazione dei carlisti (conservatori che rivendicavano le ottocentesche pretese al trono di Carlo di Borbone) attaccano con bastoni e pistole quella parte del movimento che intendeva revocare il proprio sostegno al franchismo, uccidendone due militanti e ferendone molti altri.

L’aria di Madrid diventa irrespirabile per la cricca nazista, che ripara in America Latina, Cile prima e Bolivia poi, portando in dote ciò che di meglio ha da offrire del proprio bagaglio culturale: violenza e delirio. Nel 1987, quando i magistrati italiani si convinceranno finalmente dell’utilità di avere Delle Chiaie a disposizione, sarà arrestato a Caracas ed estradato. Costringendo noi, poveri innocenti, a vedere, negli anni successivi, la sua faccia e il suo nome stampati sui manifesti elettorali sparsi in giro per l’Italia, e perfino su qualche libro.

 
  1. Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Roma, Nuova Eri-Mondadori, 1992
  2. Giacomo Pacini, Il cuore occulto del potere, Nutrimenti, 2010