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“E ho imparato a naufragare senza perdermi nel mare” (Massimo Volume, Il nuotatore, 2019)

Mi sono sempre piaciuti i treni. E anche il calcio. Quando iniziai il liceo, nel 1988, tra i vagoni delle ferrovie dello stato e la passione per lo sport nazionale si era stretto un legame fortissimo: sugli “speciali”, ogni santa domenica, salivano, per lo più senza pagare il biglietto, migliaia di persone tra loro diversissime. Giovani adolescenti, uomini adulti, studenti universitari, ma anche liberi professionisti e gente con evidenti problemi di dipendenza: entrando in quelle carrozze però, tutti si dimenticavano in fretta del peso dell’identità che dal lunedì al sabato decideva delle loro vite, per trasformarsi in una meravigliosa teppa senza alcuna regola che seguiva la propria squadra del cuore in trasferta.

Erano gli anni in cui Bettino Craxi divenne talmente potente che il suo collega Giulio Andreotti osservò allarmato:” fossi il padreterno inizierei a preoccuparmi”.

I treni che trasportavano gli ultras dal sud al nord dello stivale e viceversa, erano di un bellissimo color amaranto; agli inizi degli anni duemila, quando quei convogli si stavano inesorabilmente estinguendo soppiantati da modelli tecnologicamente ed economicamente più efficienti, erano chiamati “marmotta”.

Un giorno di settembre del 1989, sfogliando uno dei numeri di Epoca! che mio padre accumulava sul comodino accanto al letto, vidi la foto di un uomo riverso sul terreno, assassinato e coperto con un lenzuolo bianco. Andai subito a leggere la didascalia a piè di pagina che descriveva il pauroso scenario: si trattava di un omicidio avvenuto nei pressi di Reggio Calabria. La mia mente di adolescente, frivola e naturalmente predisposta alle più impensabili connessioni, volò subito alla squadra di calcio di quella città calabrese, la Reggina, che indossava da sempre nella mia memoria una maglia amaranto dello stesso colore della livrea di quei nobili treni che trasportavano i tifosi. Caso volle che il morto, Lodovico Ligato, piegato davanti al cancello di casa da qualcosa come trentasette colpi di pistola sparati alle spalle, fosse stato un tempo il padrone di quelle carrozze, l’ex presidente delle Ferrovie dello Stato.

Filippo Ceccarelli (Invano, Feltrinelli 2018) nel suo bellissimo libro ha colto in pieno la tragica portata di quell’uccisione: Ligato, anticipando di qualche anno il collega Salvo Lima, è di fatto il primo cadavere della Democrazia Cristiana a emanare un odore sgradevole. La sua morte produsse nel partito che lo aveva portato al vertice di Piazza della Croce Rossa anzitutto smarrimento, poi imbarazzo e fastidio. Allora la DC, sotto la complicata direzione di De Mita e Forlani, tentava faticosamente di rincorrere l’enorme successo della leadership socialista di Bettino Craxi, e a tale scopo lo scudo crociato si era mostrato disposto come non mai a sporcarsi le mani in discutibili pratiche nella gestione del potere, soprassedendo ai presunti principi di onestà e trasparenza tramandati dall’insegnamento di Alcide De Gasperi.

Era una brutta gatta da pelare quell’assassinio, soprattutto alla luce delle pericolose implicazioni da cui muoveva; a Piazza del Gesù la linea scelta fu di ignorare il morto in Calabria, mostrandosi indifferenti a quella che era a tutti gli effetti l’esecuzione criminale di un ex deputato democristiano.

Insieme al vecchio presidente delle FS, la DC decise di seppellire gli antichi ideali di unità, e i valori collettivi su cui, dall’otto settembre del 1943 in poi, erano stati costruiti cinquant’anni di indiscusso dominio democratico. Ligato però, non era una vittima del terrorismo come Aldo Moro, il più bravo tra loro abbandonato a un tragico destino che, nonostante tutto, attraverso l’imposto sacrificio aveva saputo unire il partito; men che meno si trattava di un’anima candida caduta nella lotta contro la mafia in nome dello Stato. A conti fatti la questione appariva quella di un uomo sbranato dagli stessi “lupi con cui ballava”, stritolato da collusioni, accordi non rispettati e chissà quale altro diabolico patto intrecciato con i cattivi.

Mentre si nascondeva frettolosamente la polvere sotto il tappeto, una solitaria coscienza scosse il partito, accettando l’evidente apparentamento di quel piombo con la propria storia, e dissociandosi dal silenzio dei compagni. Oscar Luigi Scalfaro, durante un mesto Consiglio nazionale, prese la parola, rammentò il vangelo e cacciò i mercanti dal tempio, consegnando a tutti noi che in questo paese siamo nati e viviamo, il peso di quella vita spezzata: “Ligato è nostro”.

Ligato fu e continua ad essere nostro perché ciascuno di noi è pieno di macchie e ombre, di compromessi con la verità che siamo disposti ad accettare per interesse, mossi dal desiderio di prevalere sugli altri e affermare la nostra unicità. Il futuro Presidente della Repubblica non fu in grado di spiegare perché a un notabile democristiano fosse stato riservato lo stesso trattamento dell’ultimo reietto di un’ndrina di provincia; anche la magistratura, che pur sembrerebbe aver trovato mandanti ed esecutori del delitto, ben poca chiarezza ha fatto sulle ragioni del sangue versato.

Ecco allora che, di fronte all’impossibilità di comprendere, il nostro buon amico Ciccarelli tira fuori, altrove, l’asso dalla manica e le sagge parole di Cesare Pavese aiutano a riconciliarci con la faticosa esperienza che la vita in fin dei conti rappresenta: “Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”.

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