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Stazione di Roma Tuscolana

Del giorno in cui varcai la soglia della classe in cui avrei frequentato la prima elementare ricordo almeno tre cose: la paura che mi stringeva lo stomaco e accompagnava l’avanzata verso l’ignoto, il lamento di un futuro compagno che voleva ricongiungersi alla madre appena lasciata, un’enorme cartina geografica dell’Italia attaccata alla parete. La osservavo, mi calmava, in particolare quell’incredibile distesa di azzurro che vinceva sul verde e sul marrone, in cui era impressa una scritta composta da caratteri in stampatello neri e autorevoli: MAR MEDITERRANEO. Ideale di purezza e di quiete, solo oggi, a più di trentacinque anni di distanza, la lettura del libro La Frontiera che Alessandro Leogrande ha scritto per Feltrinelli e pubblicato nel Novembre 2015, mi svela il funereo e ormai duraturo sodalizio di quei cerchi bianchi e celesti con la morte; i tuffi, le sirene, i pesci, i tesori e perfino i galeoni che la mia immaginazione distribuiva sulla mappa De Agostini si sono velocemente ritratti, pronti a far spazio alle migliaia di cadaveri e alle centinaia di relitti arrugginiti che sono adagiati sui fondali. Ma non è un campo di battaglia quello che dobbiamo aspettarci immergendoci nel buio delle profondità a sud della Sicilia, non ci sono eroi, infami carnefici, vittime o guerrieri a comporre il lunghissimo e spaventoso tappeto di corpi che dalla Libia e l’Egitto arriva fino a Lampedusa, ma una lista di persone qualunque, morte per raggiungere e superare qualcosa che nela nostra vita abbiamo completamente rimosso o al massimo relegato a seccatura burocratica: la frontiera per l’appunto, una linea non necessariamente fisica o tangibile, che separa il dolore dalla speranza, la realtà triste o intollerabile dal desiderio di giorni migliori.

Walter Alasia, prima studente e poi operaio, durante la sua breve vita ha spostato in continuazione il confine tra la cupezza dell’esistenza in un caseggiato di Sesto San Giovanni e la felicità dell’utopia rivoluzionaria, cercando di fuggire la banalità di una vita ordinaria per tuffarsi nella partecipazione ai movimenti studenteschi, abbandonando lo spontaneismo giovanile a favore di una deludente militanza in Lotta Continua, fino al tragico approdo alle Brigate Rosse. E’ questa l’ultima frontiera attraversata dal compagno Luca, quella che, come ci racconta Giorgio Manzini in Indagine su un brigatista rosso (Einaudi, 1978), lo porta a dare e ricevere la morte con inquietante lucidità e consapevolezza. Nessun mito della resistenza tradita o dell’orgoglio proletario accompagna Alasia lungo il suo percorso eversivo, men che meno la spinta di un sapere politico fecondato dall’incontro tra l’ideologia e lo studio, ma solo la necessità di partire e lasciarsi alle spalle il prato del cortile del suo palazzo in cui sarà giustiziato.

Una volta sentii Adriano Sofri raccontare di quando abbandonò ogni contiguità con il “movimento” e se ne tornò a casa, durante una manifestazione studentesca in cui vide “un gruppo di ragazzini girare con delle pistole più grandi di loro”. Ci si avviava verso la liquidazione e lo smantellamento degli anni settanta, Walter era morto e di lui restava solo il nome rivendicato dalla scissionista colonna milanese; immagino quei due seduti insieme in un bar a bere un caffè, ridefinendo le scelte delle loro vite, aiutandosi con quella calma e quella ragione che permise a Sofri nel 2001 di formulare una risposta, senza per altro convincersi a renderla pubblica, all’odio contro l’Islam urlato da Oriana Fallaci sul Corriere della Sera, in seguito all’undici settembre e agli attacchi al World Trade Center. Così come le storie dei profughi di cui parla Leogrande ci costringono a mutare radicalmente le convinzioni che ci siamo fatti sul perché tante persone mettano in conto la morte pur di raggiungere i nostri paesi, e scioccamente convinti di essere un’irresistibile attrattiva scopriamo che siamo a malapena la più raggiungibile alternativa alla guerra alla fame o a una vita intera da trascorrere in una caserma eritrea, così il racconto dei viaggi di Sofri tra i nemici giurati dell’occidente evoca sorprendentemente un mondo senza confini, a parte quelli consueti tracciati dal potere e dagli affari, in cui gli uomini fanno le cose di sempre: accogliere gli stranieri e aiutarsi, protestare, offendersi l’uno con l’altro, innamorarsi e dare la morte, e lo fanno tanto alcuni cattolici croati ubriachi dell’Erzegovina quanto i mussulmani ceceni, gli iracheni laici e i kurdi nazionalisti, i russi post-comunisti o gli etiopi e perfino i francesi.

Adriano Sofri non ha mai smesso di oltrepassare frontiere, dapprima quelle delle organizzazioni politiche degli anni settanta, delle case circondariali italiane o dei capitoli dei manuali di antropologia e ora quella del lontano e disastrato Kurdistan, spiegandoci pacatamente perché sia un errore indignarsi e gridare allo scandalo dinanzi alla scelta di un Tribunale, che ha deciso di riconoscere la semilibertà a una ragazza condannata per omicidio, semplicemente perché “il diritto e la giustizia” non sono res di proprietà dei giornali o delle vittime di un crimine, ma più in generale dell’uomo e della sua storia millenaria. Walter Alasia invece non ha mai viaggiato, neanche nella sua carriera di terrorista è andato al di là degli angusti spazi del mondo in cui era nato, cresciuto e diventato triste, e il suo sacrificio non ha prodotto che un mortifero simbolo da usare in una guerra persa. Solo la musica, l’amore e il mare fantasticati e scritti a una donna sembrano evocare in lui la vita, ma bisogna mettersi in viaggio per diventare uomini e avvicinarsi ai sogni, e spesso non basta neanche, perché come ci insegna il rancore della Fallaci le frontiere si possono oltrepassare a ritroso, fino a tornare dove si è nati pieni di sospetti e pregiudizi verso gli altri.

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