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Negli Scritti Corsari, la raccolta di articoli di giornale e di saggi in cui sono indagati principalmente due diversi piani della realtà, quello storico e quello letterario, Pier Paolo Pasolini parla di tutto ciò che l’esperienza umana incontra nel corso di una vita: dell’amore e del vizio, dell’ideale che muove verso la rivolta e il cambiamento per approdare al conformismo politico, di Dio e della religione, che attraverso l’indebita e forzata lettura della vicenda messianica del Cristo (Matteo 16,18), elegge nel Papa l’interprete dei tempi ma soprattutto della contemporaneità. Le implicazioni del vivere sono prese in considerazione non tanto nel loro valore intimo, individuale, esistenziale, ossia proprio tutte quelle categorie che hanno reso Pasolini personaggio pubblico e influente, quanto invece nella complessità con cui ogni azione ed emozione è percepita all’esterno e si colloca nel mondo al di fuori di noi, generando un sistema morale che ciascuno è costretto, suo malgrado, a costruire e adattare per vivere insieme agli altri. Resta esclusa da questa osservazione ogni tentazione proustiana, psicoanalitica, ogni possibilità di spiegare scientificamente le scelte dell’uomo all’interno dei confini e dell’equilibrio tra i differenti stati dell’Io.

L’insieme di questi scritti, pubblicati a partire dal 1973 fino a pochi mesi prima della morte nel novembre del 1975, meritano oggi una necessaria verifica, al di là delle dovute ricorrenze celebrative, non tanto per l’innegabile, straordinaria e nota attualità dell’analisi politica di Pasolini, che ancora sorprende, men che meno per la bellezza della critica letteraria illuminante, ma perché tutta la tragica vicenda passionale dell’autore ruota attorno a un tema fondamentale e tuttora irrisolto: il rapporto, l’angosciante confronto proprio di ogni età adulta, tra il tempo passato e quello presente.

L’opera di Sandro Penna e l’azione politica dei vertici della Democrazia Cristiana, che guida ormai da quasi trent’anni il paese quando l’autore scrive, rappresentano le opposte ma complementari armi usate per procedere alla devastazione dell’attualità: la prima, sirena di un’irresistibile epoca scomparsa, in cui ogni comportamento, dalla carità alla perversione fino alla ferocia fascista, è umano e comprensibile, frutto di sentimenti figli di un mondo paleo-industriale, cittadino ma così vicino alla campagna, ormai scomparso  e oggetto di malinconico rimpianto, in cui la sopravvivenza primeggia sul benessere; gli altri, viscidi e colpevoli comparse, complici di quella “Rivoluzione Consumistica” che le pagine di Penna e di Camon e perfino i pregiudizi del moralismo clericale hanno svenduto, al prezzo delle stragi e degli omicidi di Stato, sacrificando in cambio del diffuso permissivismo (aborto, ribellione, coito libero e sogno del denaro per tutti) l’insieme dei valori che unì l’Italia dal Risorgimento in poi.

Tutto il dialogo con il mondo portato avanti negli Scritti Corsari ha i piedi ben saldi nella realtà: basti pensare ad esempio ai rissosi botta e risposta con Casalegno, che già pochi anni dopo la loro pubblicazione sono lettere tra cadaveri. Ma ciò che oggi appare importante, e per cui è necessario uno studio continuo di quegli articoli, è chiedersi e capire come Pasolini osserverebbe quest’Italia, in cui ciascuna generazione condanna severamente e senz’appello quella che le succede, non già su basi storiche, ideologiche o di valori morali, ma proprio sul terreno dei comportamenti consumistici, del cattivo uso del tempo libero e della nuova tecnologia; guarda caso gli stessi cavalli di Troia attraverso cui la modernità capitalistica aveva fatto piazza pulita degli orgasmi di Penna, del balcone di Piazza Venezia, della Sacra Rota e di Paolo VI. Cosa penserebbe Pasolini dei migranti che attraversano l’Europa, della presenza ossessiva dei nuovi strumenti di comunicazione nella vita quotidiana delle persone, della tragedia della disoccupazione giovanile, di una secolarizzazione dilagante occultata dalla furbizia del nuovo Papa?

Gli Scritti Corsari ci tramandano un profondo senso di pietà verso gli uomini, una benevola comprensione per un sistema culturale incapace di progredire perché attaccato velenosamente da un nemico molto più forte, quel mostro economico di potere che il nostro amato autore fotografava nella fase massima della sua strafottenza, e che oggi, non più capace di infondere speranze e certezze per il futuro, sopravvive grazie all’inerzia di un mondo tanto intorpidito e sonnolento quanto scontento. Allora immagino il fiero ghigno di Pier Paolo, rianimato dalla speranza, scrutare lo spazio libero e le verdi pianure che si aprono di fronte alla sua scrivania, mentre tempera una matita e adagia il foglio sul tavolo.

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