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Nel mese di maggio di quest’anno, la Polisportiva S.S. Lazio, si è recata in Vaticano. Tesserati e simpatizzanti sono stati ricevuti da Papa Francesco, che ha voluto toccare con mano l’entusiasmo e la devozione degli iscritti alla più antica società sportiva della capitale. L’incontro si è svolto nell’aula Paolo VI. Negli stessi giorni il Santo Padre si è intrattenuto con i funambolici cestisti degli Harlem Globetrotters.

Nella storia di Santa Romana Chiesa degli ultimi cento anni, non esistono probabilmente due pontefici che, per contingenze storiche e ragioni caratteriali, sono stati costretti a parlare, muoversi e operare in direzioni così diametralmente opposte come Montini e Bergoglio.

Quando il vento estivo che incombe su Piazza San Pietro, in un giorno d’inizio agosto del 1978, scompagina il grande Vangelo posto al centro della bara del Vescovo di Roma, la malinconica sensazione che rimbalza dal colonnato di Bernini è quella di un cattolicesimo stanco e provato, fedele immagine dello stato d’animo della sua guida che si è appena spenta. Costretto a una progressiva ritirata dall’Europa, sempre più in subbuglio e sfacciatamente laica ed edonista, obbligato a salire su un aereo e ripiegare in direzione di rotte fino a quel momento poco battute (Asia Minore, India, Sud Est Asiatico), le condizioni di salute del messaggio evangelico, ormai privo sia del tracotante potere dei “baciamano” a Pacelli che del carisma giovanneo,  appaiono profondamente diverse dal giorno in cui lo Spirito Santo aveva individuato l’erede di Pietro nel capo della diocesi di Milano. Scelto dal Conclave proprio nel mezzo di quella rivoluzione mancata che fu il Vaticano II, orfano del coraggioso ideatore che aveva intuito la vitale necessità di un confronto del corpo di Cristo con “il nuovo mondo”, Montini si trovò nella scomoda situazione di dover liquidare le istanze di rinnovamento che avevano prodotto il Concilio, senza per altro condannarle, ricollocando al centro la rotta pastorale che Roncalli aveva impercettibilmente virato verso sinistra (come sostiene Carlo Modesti Pauer[1], le mutazioni a cui la Chiesa è costretta dal divenire storico nel corso dei secoli, sono grosso modo rappresentabili come millimetrici spostamenti all’interno di una medesima mattonella).

Osservando quanto composita e inconciliabile fosse la natura della sua Chiesa, irrimediabilmente scissa in fazioni di potere, ma anche unica legittima rappresentante di una varietà di culture attraversate da cicli di sviluppo ed esigenze profondamente diverse e tra loro contrastanti, Paolo VI comprese che le riforme della Curia non potevano spingersi molto più in là delle revisioni formali e delle istanze programmatiche con cui il Concilio si era concluso, convincendosi forse di poter gestire un pontificato di normalizzazione e placida convivenza sociale, ignorando che dietro l’angolo lo aspettava il più terribile attacco alla fede dai tempi della Repubblica romana e della deportazione di Pio VI in Francia.

A partire dalle agitazioni studentesche del 1968, le librerie dei salotti della borghesia occidentale assistono a un cambiamento epocale: sdoganato dalla rielaborazione operata dal pensiero francofortese, il marxismo reclama spazio tra gli scaffali, conquistando inaspettatamente la funzione di linguaggio ponte tra riottosi universitari stregati da Che Guevara e dalle Pantere Nere e i loro padri, impiegati, giornalisti, comunque classe media alla ricerca di un ruolo avventuroso nella storia moderna; contemporaneamente, i ceti più umili ormai emendati dalla paura della povertà e dell’emarginazione, gli operai e i contadini cui il barbuto di Treviri aveva offerto la propria ricetta di liberazione, annusano i piaceri del consumismo e del benessere offerto dal dilagare dell’economia capitalista. Quel Vangelo che Montini ospiterà sul petto durante il suo funerale, diventa il grande imputato della rivoluzione culturale in atto, scomodo ostacolo alle attese di rinnovamento: improponibile e tremendamente fuori moda negli ambienti più avanzati, snobbato anche dagli ultimi, l’insegnamento di Cristo e la sua apocalittica promessa di rivalsa futura, finiscono per essere dimenticati e rimossi.

Dopo aver tentato di redimere le spinose questioni della teologia della liberazione e dell’aborto, Paolo VI sceglie il silenzio; osserva angosciato i mutamenti in corso, e mentre conventi e seminari si svuotano come mai prima, si aggrappa all’unica consueta certezza d’Oltretevere, la supina e devota alleanza della politica italiana e del potere economico alla missione ecclesiastica. Ma è poco, molto poco.

Pier Paolo Pasolini immortala esattamente il momento in cui le speranze del Pontefice si spengono amaramente; è il 22 settembre del 1974, e al ritorno delle vacanze, lo storico discorsetto di Castelgandolfo raccontato sulla  prima pagina del Corriere, descrive agli italiani un Papa inerme, che invita alla preghiera un popolo di fedeli che non lo ascolta, ma lancia molotov e compra vestiti e automobili, mentre guarda la televisione,  vuole scopare, abortire e divorziare. Mai il Papa si riprenderà da questa Storia, personalmente scosso dai tetri segnali che, dopo lo sfregio della Pietà e la lama di Manila, accompagneranno la conclusione del suo cammino pastorale: i calcinacci della Porta Santa che lo colpiscono all’apertura del giubileo del 1975, e la velenosa lettera dalla prigionia che Aldo Moro gli indirizza, pesantissimo fardello  con cui si avvia al riposo eterno nelle Grotte Vaticane.

L’inascoltato invito alla preghiera che Montini lancia, nel 1974, nell’abisso del razionalismo arrembante, si è trasformato incredibilmente a distanza di decenni, nel 2013, nella più pregiata arma di marketing a disposizione di Francesco. Dall’alto di San Pietro, osservando i resti di quella battaglia iniziata quasi cinquant’anni prima, che aveva opposto la forza della Chiesa alle sicure ragioni del laicismo, il Papa gesuita propone a un corpo sociale devastato dalla corruzione, dall’egoismo e dalla svalutazione del sacro (moltitudine che ha sdegnosamente ignorato e deriso la ricetta di nuova evangelizzazione del mondo promossa da Benedetto XVI), le parole più semplici e banali del Vangelo: accoglienza, perdono, speranza, amore. È un linguaggio che convince tutti, perfino la stampa e i potentati più cinici, e che mette di nuovo, come ai tempi del Concilio, fianco a fianco la Curia al campesino devoto della madonna di Guadalupe, gli ambienti progressisti alla ricerca di un’alternativa credibile alla crisi delle idee a studenti e casalinghe.

Memore del successo ottenuto dalla strategia mediatica e di comunicazione di Giovanni Paolo II, il posticcio sorriso di Bergoglio sembra essere diventato la naturale medicina per un mondo che non sogna più grandi imprese, che ha paura del dolore e della sofferenza, che non è in grado di praticare la bontà e la tenerezza. Ecco perché nulla della forza e della determinazione di Roncalli, delle angosce e dei timori di Paolo VI, dell’umanità e della voglia di cambiamento di Albino Luciani sembrano oggi palesarsi su quel millenario sagrato, dove perfino la fede, più che il grido disperato che dalla croce salì verso il Padre in cielo, ci ricorda quei camioncini gialli dove i turisti  si ristorano lungo Via della Conciliazione.

[1] Carlo Modesti Pauer, antropologo e molto altro, anima il programma di teologia estrema “Le Ore di religione”, in onda su Radio Onda Rossa (87.9 FM) il venerdì a partire dalle 18:00

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