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Avvicinarsi al pensiero di Franco Fortini, “un luogo dove non vorrei entrare neppure per tutto l’oro del mondo” secondo le intenzioni di Cesare Garboli, è stato come muovere verso una montagna sconosciuta e ritrovarsi tra picchi mozzafiato e anguste strettoie, in cui la silenziosa e timorosa contemplazione del panorama circostante mi è apparso l’unico possibile disciplinato itinerario.

E’ bastata la prefazione di Questioni di frontiera per liberarmi dalla strada senza uscita in cui ero arenato, la malinconica consapevolezza che se è vero che oggi non esiste una coscienza di classe a guidare le nostre azioni e speranze, inevitabile conclusione e approdo di quel “liberi tutti da tutto” promosso e realizzato negli anni settanta con la diffusione del consumismo di massa, e descritto fin troppo bene negli Scritti Corsari, un linguaggio classista, con tutta la sua violenza, resiste e prospera nella vita di ogni giorno: un linguaggio che ripropone i sempreverdi stereotipi – gli irrinunciabili status testimonianza di benessere, l’autoconservazione, l’ossessivo funzionalismo – tra una borghesia ancora fieramente snob ma ormai costretta a trovare riparo nel centro delle città dall’assedio dei cafoni, e impone a tutti gli altri uno sfrenato conformismo merceologico dall’amaro sapore di rivalsa, un’affannosa rincorsa al “possedere per essere” che ha cancellato, tra i meno ricchi, ogni forma di solidarietà e cameratismo a favore di una rabbiosa esclusione nei confronti del diverso. Sottolineare la presenza di queste forme di comunicazione che hanno saputo cavalcare la storia e adattarsi ai mutamenti più recenti non è una banalità antropologica, al contrario significa richiamare l’attenzione su ciò che più influenza e determina il nostro essere e la sua autostima: dal modo in cui amiamo la famiglia e gli amici alle scelte su come disporre del tempo libero, fino a quello che tocca in sorte ai nostri figli nelle loro classi.  

Schiacciati nel mezzo di queste due ideologie, complementari più che opposte, senza possibilità di distinguo alcuno se non quello dell’emarginazione, Fortini ci viene in soccorso, “E via da qui il progressista che ci vorrebbe soltanto produttori e consumatori più illuminati” scrive, invitandoci a prestare attenzione a tutte le lingue parlate, dal latino elegante al volgare più ostico, e avvicinarci con stupore alle domande e alle risposte di quanti, separati da noi, non comprendiamo o addirittura avversiamo. Racconta Fortini di un uomo che questo cammino lo ha intrapreso, un uomo umiliato dall’arroganza della stupidità – che per l’occasione assume i tratti feroci di un’accusa ingiusta, infondata e detentiva – che ha scelto l’umanità e voltato le spalle all’odio e al rancore non solo per i suoi nemici naturali, giudici, questurini e carcerieri, ma anche verso quelle mamme per le quali è diventato irrimediabilmente il cattivo della prima pagina del Corriere, oggetto di scandalo e attrazione di un disgusto profondo evocato dipingendo il ritratto di un mostro, le cui scelte di vita, dalla politica alla passione per l’arte, rimandano all’essenza stessa della violazione della morale pubblica; un uomo che si chiama Pietro Valpreda.

Ricollegarsi alla parte più nobile e valorosa della storia umana, quella capacità di credere negli altri, d’aver fiducia che nonostante tutto la “vera” giustizia trionferà sui soprusi e sulla ferocia, proprio mentre va in onda la sua tragedia personale consumata impietosamente dalla collettività, è il gesto più anarchico e rivoluzionario che Valpreda ci abbia tramandato, e il suo non cedere alla tentazione di radicalizzare lo scontro in nome e per conto di un’ideologia o fazione che lo vuole vittima e colpevole allo stesso tempo, invera quella che per Fortini è l’unica salvezza dell’uomo, mettere fra noi e la morte un altro corpo a cui unirsi, così che la vicenda del presunto attentatore di Piazza Fontana esce dagli angusti confini della biografia, per sua natura celebrativa se non agiografica, e diventa realmente un ipotesi di redenzione a disposizione di tutti.

Fortini scorta noi e Valpreda molto lontano, a far colazione con asparagi e formaggio presso l’ospitale tavola di zia Léonie e poi, attraverso un meraviglioso giardino dal profumo di biancospino via fino alle rive della Vivonne, dove tra gelsomini e botton d’oro ci aspettano Marcel Proust e le parole del Narratore: “Dopo una certa età l’anima del fanciullo che siamo stati e l’anima dei morti dai quali siamo usciti vengono a gettarci a piene mani le loro ricchezze e i loro sortilegi, chiedendoci di cooperare ai nuovi sentimenti che proviamo e nei quali, cancellando la loro antica effige, torniamo a fonderli in una creazione originale”; “I nostri parenti, ossia tutti gli altri, ci chiedono di venir riconosciuti e chiamati per nome” gli fa eco Fortini. E Valpreda, che per non morire nell’abbandono della sua cella ha chiamato a raccolta intorno a sé duecento anni di storia libertaria e socialista fatta da uomini come lui, non può che annuire.    

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