La STORIA

Tag

, ,

[…] rispondere alla domanda che non cessa di risuonare nella storia della politica occidentale: che cosa significa agire politicamente? Giorgio Agamben – Stato di eccezione

A chi appartiene la STORIA dell’uomo? Ai vincitori che la scrivono, ai governanti che la indirizzano o agli oppressi che la subiscono? È dei liberali o dei cattolici? I fascisti, come pure i loro amici conservatori e reazionari, possono reclamarne una parte? Per non parlare degli ignoranti, che pur non conoscendola vogliono esserne partecipi e, in tempi recenti, arroganti protagonisti, perché con i ceti più abbienti condividono costumi e consumi. Mai come ora sembra ci sia posto per tutti, pensando che solo fino a trent’anni fa la retorica di classe e gli armamenti messi a disposizione dai partiti erano strumenti appena sufficienti per volgere lo sguardo verso il “tabellone degli eventi” (Cesare Garboli, Ospite ingrato). Oggi invece, ogni cosa che accade, è smerciata in tempo reale, immediatamente assimilata attraverso un meccanismo di semplificazione della realtà che rassicura chi la vive, abituando il pensiero degli individui a domande banali e risposte di facile risoluzione (“Quello è buono o cattivo, è simile a me o diverso, sarà una persona onesta o un ladro?”).

Il risultato è che chiunque può formarsi un pensiero da condividere su tutto quello che accade ed è macinato dall’inesauribile industria dell’informazione, si tratti di un provvedimento della Corte Costituzionale, delle nomine di un nuovo board a Piazzetta Cuccia, di un’epidemia o della guerra in Kurdistan. Scomparsi e sistematicamente ignorati i manuali e le faticose dottrine (rimpiazzati dai più agili e disimpegnati “Anche tu di sinistra vero?”, “Camerata? L’ho capito subito!”), fintamente annullate le distanze sociali, è arrivata l’opinione a farla da padrone e delimitare il campo in cui innumerevoli bande (neocon, progressisti, falchi e colombe, i mitologici radical chic, i cattocomunisti!) si sfidano sulle presunte verità: l’identità religiosa, la difesa dei diritti, l’aiuto ai deboli, i modelli di sviluppo economico da perseguire per raggiungere il progresso e la modernità. Ciascuna fazione, nella propria solitudine, osserva e sceglie l’offerta più vicina ai suoi gusti, esplorando minuziosamente i dettagli dell’attualità ma mai riflettendo sulle cause che la determinano, pronti a scandalizzarsi delle indecenti posizioni altrui ma restii a immaginare insieme la via del rimedio.

Eppure, giovane popolo in cerca di identità, proprio noi italiani abbiamo mosso i primi passi associandoci l’uno con l’altro nella speranza e nel desiderio di un nuovo ideale da perseguire, partendo dalla filosofia del Leopardi, che l’uomo affratella sotto la bandiera della cultura classica, conoscendo il dolore della solitudine attraverso la galera di Gramsci e il suo lascito senza tempo, trovando la strada maestra seduti insieme sui banchi della Costituente, dimenticandoci dell’oggi e proiettando lo sguardo verso un futuro indicato dalle divisioni del passato.

E’ la STORIA forse che fa noi, non viceversa, cosicché se un fatale intreccio tra privato e pubblico ci costringe ad agire siamo tutti l’Ida Ramundo partorita dolorosamente dalla STORIA di Elsa Morante, e come lei, da semplici comparse della periferia della vicenda umana ci troviamo catapultati al centro di tutto, ostaggi della malinconia perché l’amato padre non c’è più mentre un soldato nazista ci stupra, e il nostro figlio partigiano è stupido e muore mentre l’ebreo che dovrebbe salvare il mondo  si fa di eroina.

Che fare quindi del posto che ci è stato assegnato su questa terra, schiacciati tra la legge che pretende di guidarci e la natura che ci porta altrove? Da Agamben dobbiamo tornare, e chiederci cos’è l’agire politico e in che modo possiamo partecipare attivamente al nostro tempo. Siamo uomini senza più piazze e stanze in cui parlare, influenzarci e decidere insieme, annichiliti da vent’anni di postmodernismo tecnologico dove pensiero e scelte non sono più frutto dell’amaro conflitto tra utopia e realtà (le riunioni notturne della redazione di Via Solferino, le urla nei congressi e nelle direzioni di partito, i digiuni di Torre Argentina), ma il prodotto di un insieme di nuove tecnologie attraverso cui ci esprimiamo quotidianamente e ossessivamente, offerte all’abulico consumo dal lavoro di tecnici provenienti da paesi che neanche conosciamo, organizzati dalle avanguardie del sistema economico in una città chiamata Cupertino, a diecimila chilometri dalla scheda elettorale riposta nel comodino accanto al letto.

Gigantomachia intorno a un vuoto, capitolo quarto di “Stato di eccezione”, fissa l’esatto momento in cui l’uomo comprende che deve ragionevolmente sottomettersi alle regole del diritto ma anche liberarsene violentemente per affermare il suo essere. Condotto dalla legge a un punto estremo, in cui tutte le norme cessano di esistere e perdono il loro valore per garantire la sopravvivenza dell’ordinamento stesso, la violenza rivoluzionaria diventa l’unico mezzo per interrompere la farsa della tirannia, perché, tragica o comica che sia, valica i confini delle determinazioni giuridiche. La STORIA del Novecento ha provato a chiamare l’uomo alla scelta definitiva, quella tra la regola che pone se stessa come paradigma e la realtà dei fatti che al contrario nulla impone e decide, ma superbi e indifferenti all’appello abbiamo continuato a marciare compatti lungo il sentiero del Materialismo.

C’è una foto (http://media.gettyimages.com/photos/the-italian-terrorists-corrado-alunni-and-marina-zoni-attending-from-picture-id141553169) in cui un uomo fuma dietro lo sbarre di un’aula di un tribunale. E’ un’immagine che ci porta indietro nel tempo, a un mondo vecchio e superato, teneramente polveroso e fuori moda, la memoria riesce a stento a evocarlo. Con lui c’è una donna, sembrano complici, gli occhi voraci di entrambi testimoniano la vita, la gioia di essere insieme in quel preciso momento, seppur lo siano per motivi tristissimi: la loro ribellione non ha cambiato nulla, e sconfitta ha rafforzato l’autorità e il diritto. Questo scatto di Corrado Alunni e della sua donna si trova facilmente attraverso un computer, merito di una moderna tecnologia di importazione californiana; io lo osservo attentamente, o almeno abbastanza per farmi un’idea della STORIA che hanno vissuto.

La frontiera

Tag

, ,

20160927_182426

Stazione di Roma Tuscolana

Del giorno in cui varcai la soglia della classe in cui avrei frequentato la prima elementare ricordo almeno tre cose: la paura che mi stringeva lo stomaco e accompagnava l’avanzata verso l’ignoto, il lamento di un futuro compagno che voleva ricongiungersi alla madre appena lasciata, un’enorme cartina geografica dell’Italia attaccata alla parete. La osservavo, mi calmava, in particolare quell’incredibile distesa di azzurro che vinceva sul verde e sul marrone, in cui era impressa una scritta composta da caratteri in stampatello neri e autorevoli: MAR MEDITERRANEO. Ideale di purezza e di quiete, solo oggi, a più di trentacinque anni di distanza, la lettura del libro La Frontiera che Alessandro Leogrande ha scritto per Feltrinelli e pubblicato nel Novembre 2015, mi svela il funereo e ormai duraturo sodalizio di quei cerchi bianchi e celesti con la morte; i tuffi, le sirene, i pesci, i tesori e perfino i galeoni che la mia immaginazione distribuiva sulla mappa De Agostini si sono velocemente ritratti, pronti a far spazio alle migliaia di cadaveri e alle centinaia di relitti arrugginiti che sono adagiati sui fondali. Ma non è un campo di battaglia quello che dobbiamo aspettarci immergendoci nel buio delle profondità a sud della Sicilia, non ci sono eroi, infami carnefici, vittime o guerrieri a comporre il lunghissimo e spaventoso tappeto di corpi che dalla Libia e l’Egitto arriva fino a Lampedusa, ma una lista di persone qualunque, morte per raggiungere e superare qualcosa che nela nostra vita abbiamo completamente rimosso o al massimo relegato a seccatura burocratica: la frontiera per l’appunto, una linea non necessariamente fisica o tangibile, che separa il dolore dalla speranza, la realtà triste o intollerabile dal desiderio di giorni migliori.

Walter Alasia, prima studente e poi operaio, durante la sua breve vita ha spostato in continuazione il confine tra la cupezza dell’esistenza in un caseggiato di Sesto San Giovanni e la felicità dell’utopia rivoluzionaria, cercando di fuggire la banalità di una vita ordinaria per tuffarsi nella partecipazione ai movimenti studenteschi, abbandonando lo spontaneismo giovanile a favore di una deludente militanza in Lotta Continua, fino al tragico approdo alle Brigate Rosse. E’ questa l’ultima frontiera attraversata dal compagno Luca, quella che, come ci racconta Giorgio Manzini in Indagine su un brigatista rosso (Einaudi, 1978), lo porta a dare e ricevere la morte con inquietante lucidità e consapevolezza. Nessun mito della resistenza tradita o dell’orgoglio proletario accompagna Alasia lungo il suo percorso eversivo, men che meno la spinta di un sapere politico fecondato dall’incontro tra l’ideologia e lo studio, ma solo la necessità di partire e lasciarsi alle spalle il prato del cortile del suo palazzo in cui sarà giustiziato.

Una volta sentii Adriano Sofri raccontare di quando abbandonò ogni contiguità con il “movimento” e se ne tornò a casa, durante una manifestazione studentesca in cui vide “un gruppo di ragazzini girare con delle pistole più grandi di loro”. Ci si avviava verso la liquidazione e lo smantellamento degli anni settanta, Walter era morto e di lui restava solo il nome rivendicato dalla scissionista colonna milanese; immagino quei due seduti insieme in un bar a bere un caffè, ridefinendo le scelte delle loro vite, aiutandosi con quella calma e quella ragione che permise a Sofri nel 2001 di formulare una risposta, senza per altro convincersi a renderla pubblica, all’odio contro l’Islam urlato da Oriana Fallaci sul Corriere della Sera, in seguito all’undici settembre e agli attacchi al World Trade Center. Così come le storie dei profughi di cui parla Leogrande ci costringono a mutare radicalmente le convinzioni che ci siamo fatti sul perché tante persone mettano in conto la morte pur di raggiungere i nostri paesi, e scioccamente convinti di essere un’irresistibile attrattiva scopriamo che siamo a malapena la più raggiungibile alternativa alla guerra alla fame o a una vita intera da trascorrere in una caserma eritrea, così il racconto dei viaggi di Sofri tra i nemici giurati dell’occidente evoca sorprendentemente un mondo senza confini, a parte quelli consueti tracciati dal potere e dagli affari, in cui gli uomini fanno le cose di sempre: accogliere gli stranieri e aiutarsi, protestare, offendersi l’uno con l’altro, innamorarsi e dare la morte, e lo fanno tanto alcuni cattolici croati ubriachi dell’Erzegovina quanto i mussulmani ceceni, gli iracheni laici e i kurdi nazionalisti, i russi post-comunisti o gli etiopi e perfino i francesi.

Adriano Sofri non ha mai smesso di oltrepassare frontiere, dapprima quelle delle organizzazioni politiche degli anni settanta, delle case circondariali italiane o dei capitoli dei manuali di antropologia e ora quella del lontano e disastrato Kurdistan, spiegandoci pacatamente perché sia un errore indignarsi e gridare allo scandalo dinanzi alla scelta di un Tribunale, che ha deciso di riconoscere la semilibertà a una ragazza condannata per omicidio, semplicemente perché “il diritto e la giustizia” non sono res di proprietà dei giornali o delle vittime di un crimine, ma più in generale dell’uomo e della sua storia millenaria. Walter Alasia invece non ha mai viaggiato, neanche nella sua carriera di terrorista è andato al di là degli angusti spazi del mondo in cui era nato, cresciuto e diventato triste, e il suo sacrificio non ha prodotto che un mortifero simbolo da usare in una guerra persa. Solo la musica, l’amore e il mare fantasticati e scritti a una donna sembrano evocare in lui la vita, ma bisogna mettersi in viaggio per diventare uomini e avvicinarsi ai sogni, e spesso non basta neanche, perché come ci insegna il rancore della Fallaci le frontiere si possono oltrepassare a ritroso, fino a tornare dove si è nati pieni di sospetti e pregiudizi verso gli altri.

Alla ricerca del tempo perduto

Tag

Negli Scritti Corsari, la raccolta di articoli di giornale e di saggi in cui sono indagati principalmente due diversi piani della realtà, quello storico e quello letterario, Pier Paolo Pasolini parla di tutto ciò che l’esperienza umana incontra nel corso di una vita: dell’amore e del vizio, dell’ideale che muove verso la rivolta e il cambiamento per approdare al conformismo politico, di Dio e della religione, che attraverso l’indebita e forzata lettura della vicenda messianica del Cristo (Matteo 16,18), elegge nel Papa l’interprete dei tempi ma soprattutto della contemporaneità. Le implicazioni del vivere sono prese in considerazione non tanto nel loro valore intimo, individuale, esistenziale, ossia proprio tutte quelle categorie che hanno reso Pasolini personaggio pubblico e influente, quanto invece nella complessità con cui ogni azione ed emozione è percepita all’esterno e si colloca nel mondo al di fuori di noi, generando un sistema morale che ciascuno è costretto, suo malgrado, a costruire e adattare per vivere insieme agli altri. Resta esclusa da questa osservazione ogni tentazione proustiana, psicoanalitica, ogni possibilità di spiegare scientificamente le scelte dell’uomo all’interno dei confini e dell’equilibrio tra i differenti stati dell’Io.

L’insieme di questi scritti, pubblicati a partire dal 1973 fino a pochi mesi prima della morte nel novembre del 1975, meritano oggi una necessaria verifica, al di là delle dovute ricorrenze celebrative, non tanto per l’innegabile, straordinaria e nota attualità dell’analisi politica di Pasolini, che ancora sorprende, men che meno per la bellezza della critica letteraria illuminante, ma perché tutta la tragica vicenda passionale dell’autore ruota attorno a un tema fondamentale e tuttora irrisolto: il rapporto, l’angosciante confronto proprio di ogni età adulta, tra il tempo passato e quello presente.

L’opera di Sandro Penna e l’azione politica dei vertici della Democrazia Cristiana, che guida ormai da quasi trent’anni il paese quando l’autore scrive, rappresentano le opposte ma complementari armi usate per procedere alla devastazione dell’attualità: la prima, sirena di un’irresistibile epoca scomparsa, in cui ogni comportamento, dalla carità alla perversione fino alla ferocia fascista, è umano e comprensibile, frutto di sentimenti figli di un mondo paleo-industriale, cittadino ma così vicino alla campagna, ormai scomparso  e oggetto di malinconico rimpianto, in cui la sopravvivenza primeggia sul benessere; gli altri, viscidi e colpevoli comparse, complici di quella “Rivoluzione Consumistica” che le pagine di Penna e di Camon e perfino i pregiudizi del moralismo clericale hanno svenduto, al prezzo delle stragi e degli omicidi di Stato, sacrificando in cambio del diffuso permissivismo (aborto, ribellione, coito libero e sogno del denaro per tutti) l’insieme dei valori che unì l’Italia dal Risorgimento in poi.

Tutto il dialogo con il mondo portato avanti negli Scritti Corsari ha i piedi ben saldi nella realtà: basti pensare ad esempio ai rissosi botta e risposta con Casalegno, che già pochi anni dopo la loro pubblicazione sono lettere tra cadaveri. Ma ciò che oggi appare importante, e per cui è necessario uno studio continuo di quegli articoli, è chiedersi e capire come Pasolini osserverebbe quest’Italia, in cui ciascuna generazione condanna severamente e senz’appello quella che le succede, non già su basi storiche, ideologiche o di valori morali, ma proprio sul terreno dei comportamenti consumistici, del cattivo uso del tempo libero e della nuova tecnologia; guarda caso gli stessi cavalli di Troia attraverso cui la modernità capitalistica aveva fatto piazza pulita degli orgasmi di Penna, del balcone di Piazza Venezia, della Sacra Rota e di Paolo VI. Cosa penserebbe Pasolini dei migranti che attraversano l’Europa, della presenza ossessiva dei nuovi strumenti di comunicazione nella vita quotidiana delle persone, della tragedia della disoccupazione giovanile, di una secolarizzazione dilagante occultata dalla furbizia del nuovo Papa?

Gli Scritti Corsari ci tramandano un profondo senso di pietà verso gli uomini, una benevola comprensione per un sistema culturale incapace di progredire perché attaccato velenosamente da un nemico molto più forte, quel mostro economico di potere che il nostro amato autore fotografava nella fase massima della sua strafottenza, e che oggi, non più capace di infondere speranze e certezze per il futuro, sopravvive grazie all’inerzia di un mondo tanto intorpidito e sonnolento quanto scontento. Allora immagino il fiero ghigno di Pier Paolo, rianimato dalla speranza, scrutare lo spazio libero e le verdi pianure che si aprono di fronte alla sua scrivania, mentre tempera una matita e adagia il foglio sul tavolo.

Montini e Bergoglio

Tag

,

striscione

 

Nel mese di maggio di quest’anno, la Polisportiva S.S. Lazio, si è recata in Vaticano. Tesserati e simpatizzanti sono stati ricevuti da Papa Francesco, che ha voluto toccare con mano l’entusiasmo e la devozione degli iscritti alla più antica società sportiva della capitale. L’incontro si è svolto nell’aula Paolo VI. Negli stessi giorni il Santo Padre si è intrattenuto con i funambolici cestisti degli Harlem Globetrotters.

Nella storia di Santa Romana Chiesa degli ultimi cento anni, non esistono probabilmente due pontefici che, per contingenze storiche e ragioni caratteriali, sono stati costretti a parlare, muoversi e operare in direzioni così diametralmente opposte come Montini e Bergoglio.

Quando il vento estivo che incombe su Piazza San Pietro, in un giorno d’inizio agosto del 1978, scompagina il grande Vangelo posto al centro della bara del Vescovo di Roma, la malinconica sensazione che rimbalza dal colonnato di Bernini è quella di un cattolicesimo stanco e provato, fedele immagine dello stato d’animo della sua guida che si è appena spenta. Costretto a una progressiva ritirata dall’Europa, sempre più in subbuglio e sfacciatamente laica ed edonista, obbligato a salire su un aereo e ripiegare in direzione di rotte fino a quel momento poco battute (Asia Minore, India, Sud Est Asiatico), le condizioni di salute del messaggio evangelico, ormai privo sia del tracotante potere dei “baciamano” a Pacelli che del carisma giovanneo,  appaiono profondamente diverse dal giorno in cui lo Spirito Santo aveva individuato l’erede di Pietro nel capo della diocesi di Milano. Scelto dal Conclave proprio nel mezzo di quella rivoluzione mancata che fu il Vaticano II, orfano del coraggioso ideatore che aveva intuito la vitale necessità di un confronto del corpo di Cristo con “il nuovo mondo”, Montini si trovò nella scomoda situazione di dover liquidare le istanze di rinnovamento che avevano prodotto il Concilio, senza per altro condannarle, ricollocando al centro la rotta pastorale che Roncalli aveva impercettibilmente virato verso sinistra (come sostiene Carlo Modesti Pauer[1], le mutazioni a cui la Chiesa è costretta dal divenire storico nel corso dei secoli, sono grosso modo rappresentabili come millimetrici spostamenti all’interno di una medesima mattonella).

Osservando quanto composita e inconciliabile fosse la natura della sua Chiesa, irrimediabilmente scissa in fazioni di potere, ma anche unica legittima rappresentante di una varietà di culture attraversate da cicli di sviluppo ed esigenze profondamente diverse e tra loro contrastanti, Paolo VI comprese che le riforme della Curia non potevano spingersi molto più in là delle revisioni formali e delle istanze programmatiche con cui il Concilio si era concluso, convincendosi forse di poter gestire un pontificato di normalizzazione e placida convivenza sociale, ignorando che dietro l’angolo lo aspettava il più terribile attacco alla fede dai tempi della Repubblica romana e della deportazione di Pio VI in Francia.

A partire dalle agitazioni studentesche del 1968, le librerie dei salotti della borghesia occidentale assistono a un cambiamento epocale: sdoganato dalla rielaborazione operata dal pensiero francofortese, il marxismo reclama spazio tra gli scaffali, conquistando inaspettatamente la funzione di linguaggio ponte tra riottosi universitari stregati da Che Guevara e dalle Pantere Nere e i loro padri, impiegati, giornalisti, comunque classe media alla ricerca di un ruolo avventuroso nella storia moderna; contemporaneamente, i ceti più umili ormai emendati dalla paura della povertà e dell’emarginazione, gli operai e i contadini cui il barbuto di Treviri aveva offerto la propria ricetta di liberazione, annusano i piaceri del consumismo e del benessere offerto dal dilagare dell’economia capitalista. Quel Vangelo che Montini ospiterà sul petto durante il suo funerale, diventa il grande imputato della rivoluzione culturale in atto, scomodo ostacolo alle attese di rinnovamento: improponibile e tremendamente fuori moda negli ambienti più avanzati, snobbato anche dagli ultimi, l’insegnamento di Cristo e la sua apocalittica promessa di rivalsa futura, finiscono per essere dimenticati e rimossi.

Dopo aver tentato di redimere le spinose questioni della teologia della liberazione e dell’aborto, Paolo VI sceglie il silenzio; osserva angosciato i mutamenti in corso, e mentre conventi e seminari si svuotano come mai prima, si aggrappa all’unica consueta certezza d’Oltretevere, la supina e devota alleanza della politica italiana e del potere economico alla missione ecclesiastica. Ma è poco, molto poco.

Pier Paolo Pasolini immortala esattamente il momento in cui le speranze del Pontefice si spengono amaramente; è il 22 settembre del 1974, e al ritorno delle vacanze, lo storico discorsetto di Castelgandolfo raccontato sulla  prima pagina del Corriere, descrive agli italiani un Papa inerme, che invita alla preghiera un popolo di fedeli che non lo ascolta, ma lancia molotov e compra vestiti e automobili, mentre guarda la televisione,  vuole scopare, abortire e divorziare. Mai il Papa si riprenderà da questa Storia, personalmente scosso dai tetri segnali che, dopo lo sfregio della Pietà e la lama di Manila, accompagneranno la conclusione del suo cammino pastorale: i calcinacci della Porta Santa che lo colpiscono all’apertura del giubileo del 1975, e la velenosa lettera dalla prigionia che Aldo Moro gli indirizza, pesantissimo fardello  con cui si avvia al riposo eterno nelle Grotte Vaticane.

L’inascoltato invito alla preghiera che Montini lancia, nel 1974, nell’abisso del razionalismo arrembante, si è trasformato incredibilmente a distanza di decenni, nel 2013, nella più pregiata arma di marketing a disposizione di Francesco. Dall’alto di San Pietro, osservando i resti di quella battaglia iniziata quasi cinquant’anni prima, che aveva opposto la forza della Chiesa alle sicure ragioni del laicismo, il Papa gesuita propone a un corpo sociale devastato dalla corruzione, dall’egoismo e dalla svalutazione del sacro (moltitudine che ha sdegnosamente ignorato e deriso la ricetta di nuova evangelizzazione del mondo promossa da Benedetto XVI), le parole più semplici e banali del Vangelo: accoglienza, perdono, speranza, amore. È un linguaggio che convince tutti, perfino la stampa e i potentati più cinici, e che mette di nuovo, come ai tempi del Concilio, fianco a fianco la Curia al campesino devoto della madonna di Guadalupe, gli ambienti progressisti alla ricerca di un’alternativa credibile alla crisi delle idee a studenti e casalinghe.

Memore del successo ottenuto dalla strategia mediatica e di comunicazione di Giovanni Paolo II, il posticcio sorriso di Bergoglio sembra essere diventato la naturale medicina per un mondo che non sogna più grandi imprese, che ha paura del dolore e della sofferenza, che non è in grado di praticare la bontà e la tenerezza. Ecco perché nulla della forza e della determinazione di Roncalli, delle angosce e dei timori di Paolo VI, dell’umanità e della voglia di cambiamento di Albino Luciani sembrano oggi palesarsi su quel millenario sagrato, dove perfino la fede, più che il grido disperato che dalla croce salì verso il Padre in cielo, ci ricorda quei camioncini gialli dove i turisti  si ristorano lungo Via della Conciliazione.

[1] Carlo Modesti Pauer, antropologo e molto altro, anima il programma di teologia estrema “Le Ore di religione”, in onda su Radio Onda Rossa (87.9 FM) il venerdì a partire dalle 18:00

La svastica su via Gradoli. Un racconto ucronico

Tag

MORO REINA MATTARELLA

 

La svastica su via Gradoli [1]

Sabato 6 Maggio 1978

Paola Besuschio ha lasciato il carcere di Messina. Il provvedimento di grazia del presiedente Leone è stato controfirmato la notte scorsa dal guardasigilli Bonifacio durante un agitato consiglio dei ministri; la brigatista si trova ora presso l’Ospedale Civile Maggiore di Verona. Giulio Andreotti ha immediatamente rassegnato le proprie irrevocabili dimissioni da capo del governo, mentre il segretario del PCI Enrico Berlinguer ha convocato per la prossima settimana l’assemblea del partito.

Martedì 9 Maggio 1978

Alle 14:15, mentre va in onda l’edizione straordinaria del TG1, Nuccio Fava chiede la linea da Piazza del Gesù; il giornalista, visibilmente scosso, conferma la notizia lanciata dall’ANSA qualche minuto prima: in una traversa di Via delle Botteghe Oscure gli agenti di pubblica sicurezza hanno forzato il baule posteriore di una macchina parcheggiata, estraendo dallo stesso Aldo Moro. Moro, apparentemente in buone condizioni di salute, è stato accompagnato al vicino nosocomio San Giacomo per accertamenti; sul luogo del ritrovamento le forze dell’ordine sono giunte grazie a una segnalazione anonima fatta al quotidiano torinese La Stampa.

Lunedì 15 Maggio 1978

Proseguono le richieste d’incontro con l’ex leader DC: fondate indiscrezioni parlano di forti pressioni in tal senso da parte della Segreteria della Democrazia Cristiana e da quella Vaticana per iniziativa dello stesso Montini; tutti i partiti dell’arco costituzionale hanno comunque manifestato il medesimo desiderio (si segnala in particolare l’attivismo dell’onorevole Craxi e del compagno Vassalli).

Al momento, le uniche volontà del politico di Maglie emerse con chiarezza, restano quelle trasmesse ai giornali attraverso le brevi dichiarazioni del professor Francesco Tritto: l’indefettibile scelta di abbandonare il partito e la vita politica, ritirandosi definitivamente a vita privata.

Martedì 16 Maggio 1978

Sono stati ritrovati in un appartamento di Piazza Euclide i cadaveri di Adriana Faranda e Valerio Morucci. I due, secondo fonti vicinale al Viminale, sarebbero stati giustiziati nell’ambito di un regolamento di conti interno alle Brigate Rosse. Gli investigatori non escludono comunque l’ipotesi dell’omicidio-suicidio.

Mercoledì 24 Maggio 1978

Il capo dello Stato Giovanni Leone, al termine di un colloquio con i presidenti Ingrao e Fanfani, ha comunicato che non procederà allo scioglimento di Camera e Senato; a partire da domani inizieranno le consultazioni per la formazione di un nuovo governo e saranno ricevute al Quirinale le delegazioni politiche.

Questa mattina intanto, durante lo svolgimento del processo in corso a Torino che vede imputati 46 membri delle Brigate Rosse, il giudice Barbaro ha autorizzato Paolo Maurizio Ferrari alla lettura di un brevissimo messaggio, attraverso il quale i detenuti hanno fugato ogni dubbio sull’autenticità del comunicato trovato ieri sera al Policlinico Umberto I di Roma. Questo il testo rinvenuto in un bagno del reparto di Geriatria:

“Se perfino lo stato borghese, nonostante tutte le sue malefatte, si ricorda dei proletari malati che muoiono nelle sue carceri, allora vuol dire che la nostra Lotta è servita a qualcosa. Sia chiaro a tutti, dai vecchi occhialuti scappati in vaticano quando c’era da combattere contro i fascisti fino ai rampanti estimatori di Proudhon, che l’offensiva rivoluzionaria si arresterà solo quando la giustizia comunista avrà chiuso tutti i conti ancora aperti. Preso comunque atto della liberazione di una nostra militante in seguito a un’esplicita richiesta, rispediamo al mittente uno dei tanti nemici dei lavoratori, scusandoci se l’ospitalità non è stata all’altezza della nostra fama (risottini e barolo sono finiti ai tempi del sequestro Sossi, anche noi ci adeguiamo all’austerity richiesta dal governo), avendo cura di conservare le interessanti confidenze che il Signor Moro ci ha fatto durante il tè delle cinque. Ribadiamo la richiesta, avanzata dai compagni del carcere, della creazione di un tavolo di trattativa che si occupi di affrontare il tema dei prigionieri politici e il riconoscimento della nostra Organizzazione. Individuiamo nell’avvocato Giannino Guiso l’unico e solo soggetto autorizzato a parlare per conto delle Brigate Rosse. Riposano, per ora, le nostre rivoltelle (ricordando ai giornalisti che le pallottole per noi sono un bene prezioso, e non si sprecano certo per una coppia di fastidiose zanzare affascinate da Mishima e dal mito del seppuku)”.

Giovedì 1 Giugno 1978

Bettino Craxi è il nuovo Presidente del Consiglio. Guida una coalizione appoggiata dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Repubblicano, con Forlani vicepresidente, Cossiga agli interni, Spadolini alla difesa e Roberto Gervaso alla cultura. Scarno ed essenziale il programma dell’esecutivo: ordine pubblico, ripresa  economica e rilancio dei consumi, un serrato piano di privatizzazioni delle principali attività industriali partecipate dallo Stato, crescita del comparto edile e del settore televisivo e pubblicitario da stimolare attraverso la realizzazione di centri residenziali e la concessione di nuove licenze. Il leader socialista, ha festeggiato l’inizio della nuova avventura con un brindisi, circondato da amici e colleghi nella splendida cornice del Castello Sforzesco di Milano, avvalendosi della collaborazione dell’artista contemporaneo Filippo Panseca, che per l’occasione ha creato un enorme palco raffigurante una bottiglia di amaro Ramazzotti.

“Faremo un’opposizione al governo spietata ma leale”: queste le dichiarazioni rilasciate al quotidiano L’Unità dal nuovo segretario del Partito Comunista Nilde Iotti, che nella giornata di oggi è attesa ai cancelli di Mirafiori per discutere con gli operai della FIAT un piano comune di opposizione ai progetti di ristrutturazione comunicati dall’azienda torinese: circa 40.000 i lavoratori che parteciperanno all’incontro. Enrico Berlinguer, sfiduciato la settimana scorsa al Congresso della Bolognina, non ha commentato gli avvenimenti politici in corso: “Andrò in Africa per svolgere un ruolo sociale” è stata l’unica battuta rilasciata ai cronisti dall’ex leader di Botteghe Oscure.

Mercoledì 14 Giugno 1978

La casa editrice Einaudi ha diramato una nota ufficiale in cui vengono confermate le voci in merito alla cena che si sarebbe tenuta nella sera di lunedì a Torrita Tiberina tra Aldo Moro e l’editore Giulio Einaudi; non sono stati per altro rivelati i temi affrontati durante l’incontro.

Domenica 25 Giugno 1978

La nazionale di calcio italiana, che ha partecipato alla coppa del mondo, è sbarcata a Fiumicino: gli Azzurri, sconfitti ieri dal Brasile per due reti a uno, si sono classificati quarti nel torneo. Oggi a Buenos Aires la finale tra i padroni di casa dell’Argentina, sostenuti dalla giunta militare, e l’Olanda.

[1] Ucronìa: s. f. dal francese uchronie  (voce coniata dal filosofo Charles Renouvier nel 1876 dal greco οὐ  «non» e χρόνος  «tempo») – Sostituzione di avvenimenti immaginari a quelli reali di un determinato periodo o fatto storico (per es., la situazione europea se Napoleone avesse vinto a Waterloo).

Più che la voce del vocabolario della Treccani, per capire quali sono le infinite possibilità di manipolazione della storia attraverso la fantasia e l’immaginazione, esiste un libro scritto in America nel 1962 e pubblicato in Italia tre anni dopo con il titolo “La svastica sul sole”. L’autore, Philip K. Dick, raccontava di un mondo in cui il Giappone imperiale e la Germania nazista, le potenze uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale, si spartivano rispettivamente la costa orientale e quella occidentale degli Stati Uniti, promuovendo il rinnovamento della società sulla scorta delle loro ideologie, ma restando in fin dei conti fedeli  al vecchio, ma ancora ruggente, modello liberista. Io invece ho provato, attraverso una cronologia degli eventi, a pensare a cosa sarebbe accaduto all’Italia se, la mattina del 9 maggio 1978, dal bagagliaio di quella R4 rossa parcheggiata in Via Caetani, fosse stato estratto non un cadavere, ma il corpo smunto e un po’ provato dell’ancora in vita ex presidente della Democrazia Cristiana.

Verifica di Fortini

Tag

,

Avvicinarsi al pensiero di Franco Fortini, “un luogo dove non vorrei entrare neppure per tutto l’oro del mondo” secondo le intenzioni di Cesare Garboli, è stato come muovere verso una montagna sconosciuta e ritrovarsi tra picchi mozzafiato e anguste strettoie, in cui la silenziosa e timorosa contemplazione del panorama circostante mi è apparso l’unico possibile disciplinato itinerario.

E’ bastata la prefazione di Questioni di frontiera per liberarmi dalla strada senza uscita in cui ero arenato, la malinconica consapevolezza che se è vero che oggi non esiste una coscienza di classe a guidare le nostre azioni e speranze, inevitabile conclusione e approdo di quel “liberi tutti da tutto” promosso e realizzato negli anni settanta con la diffusione del consumismo di massa, e descritto fin troppo bene negli Scritti Corsari, un linguaggio classista, con tutta la sua violenza, resiste e prospera nella vita di ogni giorno: un linguaggio che ripropone i sempreverdi stereotipi – gli irrinunciabili status testimonianza di benessere, l’autoconservazione, l’ossessivo funzionalismo – tra una borghesia ancora fieramente snob ma ormai costretta a trovare riparo nel centro delle città dall’assedio dei cafoni, e impone a tutti gli altri uno sfrenato conformismo merceologico dall’amaro sapore di rivalsa, un’affannosa rincorsa al “possedere per essere” che ha cancellato, tra i meno ricchi, ogni forma di solidarietà e cameratismo a favore di una rabbiosa esclusione nei confronti del diverso. Sottolineare la presenza di queste forme di comunicazione che hanno saputo cavalcare la storia e adattarsi ai mutamenti più recenti non è una banalità antropologica, al contrario significa richiamare l’attenzione su ciò che più influenza e determina il nostro essere e la sua autostima: dal modo in cui amiamo la famiglia e gli amici alle scelte su come disporre del tempo libero, fino a quello che tocca in sorte ai nostri figli nelle loro classi.  

Schiacciati nel mezzo di queste due ideologie, complementari più che opposte, senza possibilità di distinguo alcuno se non quello dell’emarginazione, Fortini ci viene in soccorso, “E via da qui il progressista che ci vorrebbe soltanto produttori e consumatori più illuminati” scrive, invitandoci a prestare attenzione a tutte le lingue parlate, dal latino elegante al volgare più ostico, e avvicinarci con stupore alle domande e alle risposte di quanti, separati da noi, non comprendiamo o addirittura avversiamo. Racconta Fortini di un uomo che questo cammino lo ha intrapreso, un uomo umiliato dall’arroganza della stupidità – che per l’occasione assume i tratti feroci di un’accusa ingiusta, infondata e detentiva – che ha scelto l’umanità e voltato le spalle all’odio e al rancore non solo per i suoi nemici naturali, giudici, questurini e carcerieri, ma anche verso quelle mamme per le quali è diventato irrimediabilmente il cattivo della prima pagina del Corriere, oggetto di scandalo e attrazione di un disgusto profondo evocato dipingendo il ritratto di un mostro, le cui scelte di vita, dalla politica alla passione per l’arte, rimandano all’essenza stessa della violazione della morale pubblica; un uomo che si chiama Pietro Valpreda.

Ricollegarsi alla parte più nobile e valorosa della storia umana, quella capacità di credere negli altri, d’aver fiducia che nonostante tutto la “vera” giustizia trionferà sui soprusi e sulla ferocia, proprio mentre va in onda la sua tragedia personale consumata impietosamente dalla collettività, è il gesto più anarchico e rivoluzionario che Valpreda ci abbia tramandato, e il suo non cedere alla tentazione di radicalizzare lo scontro in nome e per conto di un’ideologia o fazione che lo vuole vittima e colpevole allo stesso tempo, invera quella che per Fortini è l’unica salvezza dell’uomo, mettere fra noi e la morte un altro corpo a cui unirsi, così che la vicenda del presunto attentatore di Piazza Fontana esce dagli angusti confini della biografia, per sua natura celebrativa se non agiografica, e diventa realmente un ipotesi di redenzione a disposizione di tutti.

Fortini scorta noi e Valpreda molto lontano, a far colazione con asparagi e formaggio presso l’ospitale tavola di zia Léonie e poi, attraverso un meraviglioso giardino dal profumo di biancospino via fino alle rive della Vivonne, dove tra gelsomini e botton d’oro ci aspettano Marcel Proust e le parole del Narratore: “Dopo una certa età l’anima del fanciullo che siamo stati e l’anima dei morti dai quali siamo usciti vengono a gettarci a piene mani le loro ricchezze e i loro sortilegi, chiedendoci di cooperare ai nuovi sentimenti che proviamo e nei quali, cancellando la loro antica effige, torniamo a fonderli in una creazione originale”; “I nostri parenti, ossia tutti gli altri, ci chiedono di venir riconosciuti e chiamati per nome” gli fa eco Fortini. E Valpreda, che per non morire nell’abbandono della sua cella ha chiamato a raccolta intorno a sé duecento anni di storia libertaria e socialista fatta da uomini come lui, non può che annuire.    

Il segreto

Tag

cippo_home_1600x1200

cyop&kaf non hanno molto da dire, altro da aggiungere a quelle immagini lunghe ottantanove minuti che raccontano la loro città, Napoli, e “una banda” di ragazzini alla ricerca di alberi di natale.

Il segreto è un ruggito di vita, monito e testimonianza di quello che siamo realmente, corteccia cerebrale disperatamente bisognosa di nutrirsi di passioni, sentimenti, utopie, e di quello che invece dimentichiamo ogni giorno di essere, oppressi dagli affanni del mondo delle responsabilità e delle necessità.

L’evidente complicità con i protagonisti, di cui godono i due registi dei Quartieri, unita al loro buon gusto estetico, rendono discreto quasi invisibile l’occhio esterno che insegue le velocissime imprese dei nostri eroi, che senza alcun filtro, giudizio o commento si spiegano nella loro massima naturalezza, ricordandoci tutta la bellezza e la magia della giovane età.

Contagiato da tanta vitalità una domenica di luglio scalo i gradoni di Chiaia e mi ritrovo seduto su una panchina della meravigliosa Piazzetta Rosario di Palazzo, turbando la sapiente calma di cyop con il vortice delle mie impressioni sul film, partendo dalla fine, dall’ultima immagine di un palazzo che crolla, lo stesso palazzo che diventerà il futuro quartier generale, il cuore pulsante di tutta la storia. C’è qualcosa nel modo in cui quegli uomini lo abbattono, una caotica e disorganizzata sintonia, che ricorda l’incessante e frenetico lavoro con cui i ragazzi gestiscono e difendono il loro bottino; come a dire che in fondo, prima della banda, delle avventure e del rito il vero centro del film è Napoli, meraviglioso teatro in cui tutto accade e che inesorabilmente sceglie e influenza il destino dei propri figli, le possibilità del loro agire, anche se, come osserva l’autore, luogo di libertà infinità, in cui si può ancora scegliere la direzione dei propri pensieri al riparo dalla minaccia del conformismo.

Mentre in un clima di composta eccitazione il quartiere si prepara alla proiezione serale del film mi passano sotto il naso i protagonisti: ripenso così alle scorribande del gruppo, alla coesistenza, nel loro modo di agire, di due diverse anime: l’una manifesta attraverso un linguaggio e un’espressività tipicamente infantili, inclini tanto all’entusiasmo, allo stupore e alla meraviglia quanto alla delusione e allo scoramento; l’altra, quando necessario, in grado  di far scattare la determinazione tipica della maturità, accompagnata dalla perfetta conoscenza del mondo degli adulti e delle conseguenze che al suo interno producono le loro gesta. Insomma, non si tratta di marachelle, ma è qualcosa di molto serio.

Mi chiedo come sia percepita dal resto del rione, dai genitori, da tutti gli altri grandi quest’avventura, e apprendo che la tacita complicità e approvazione che traspare dalle immagini è reale: in molti di loro probabilmente echeggia  la memoria dell’ultimo “fuoco”, la soglia oltre cui non è più lecito giocare con la vita e l’età adulta incalza; ecco spiegata la comprensione per questa romantica scheggia impazzita che attraversa le strade ancora intorpidite dalle abbuffate natalizie.

Me ne vado felice, con la presunzione di aver colto nello sguardo dei ragazzi una piccolissima parte di quello che ha rappresentato e significa tuttora il film per quanti hanno partecipato alla riprese; il veder narrata la loro storia da qualcuno che è stato uno di loro li ha resi sicuri e saldi nella percezione di se stessi, dandogli finalmente un palcoscenico, diverso da quello della cronaca giornalistica, sul quale essere protagonisti, dal quale poter attirare l’attenzione di chi è alla ricerca del bello.

Il discorso di Davide Segre

Tag

,

Platone, Rousseau, Proudhon, la storia dei Vangeli, con Hegel, Marx e Gramsci che attendono impazienti: è all’interno di questo ampio territorio che negli ultimi anni ho cercato di comprendere il complesso rapporto tra individuo e legge e di studiare le possibilità organizzative dell’uomo in forme sociali più o meno evolute, finendo per interrogarmi sul bisogno di Dio per lenire il dolore e la paura della morte; e proprio al tradimento della scienza politica e legislativa, così come al menzognero utilizzo delle parole e della vita del profeta Gesù, ho sempre imputato il desolante spettacolo della Storia umana. Eppure, con mia grande sorpresa, per ascoltare il più impietoso resoconto sulle ragioni della fallimentare evoluzione di Homo sapiens sapiens negli ultimi duemila anni, sono dovuto scendere in una bettola di Testaccio.

Mentre fuori la città placida si mostra quasi indifferente al ricordo della liberazione dalle truppe nazifasciste di appena qualche anno prima, le parole che Davide Segre biascica in solitudine nell’agosto romano inchiodano ciascuno di noi alla propria parte in questa secolare vicenda, oltre a regalarci l’inaspettato e prezioso contributo di Elsa Morante al dibattito su politica e modernità; punto di vista tanto più efficace in virtù della distanza con cui l’autrice de La Storia, sostanzialmente disinteressata a un’analisi saggistica dei modelli di convivenza civile e delle relazioni economiche, osserva gli argomenti in questione.  

A differenza dei vecchi che giocano a carte, l’annoiata e distratta platea ostaggio del soliloquio di Davide che ha già scelto di lasciarsi alle spalle e dimenticare i bombardamenti, i campi di prigionia, quei mucchi di ossa e di cadaveri di ogni età e sesso che per la prima volta sono documentati, fotografati, offerti al cuore e al pensiero di tutti, l’anarchico ferrarese risale pazientemente la corrente degli orrori, e a dispetto della droga assunta e dello sfinimento emotivo, svela con grande lucidità l’origine e la soluzione di tutti i mali: la nostra COSCIENZA; che disertata dall’individuo fin dagli albori della sua consapevolezza, barattata in fretta e furia con il fascino pestilensiale del potere e dell’identità di classe, diviene rapidamente la palestra dell’egoismo, uno spazio senza confini in cui fortificare l’ideologia del compromesso e rendere tutto accettabile e digeribile.

Se per Simone Weil, stella polare di questo cammino, la lordura della Storia non è altro che la prova tangibile dell’amore divino per l’uomo, Dio che si ritrae per rendere possibile la fede, Dio che crea uno iato tra lui e le nostre azioni per non umiliarci e bruciarci con la sua grazia, la sua purezza e la sua forza, nella Morante la coscienza totale viene prima di ogni altra cosa, sola vera genesi, punto più alto della manifestazione della natura e come tale senza dubbio destinata alla produzione del bene. Questo sentimento proprio di ciascun essere, che si scopre capace di unirsi agli altri, contiene ogni cosa, dalla scintilla religiosa che si innesca per la realizzazione di una società senza ingiustizie e diseguaglianze fino al cambiamento necessario per ottenerla. Così nasce Cristo, che nasconde la verità ai dotti per rivelarla agli umili, nelle cui sembianze si manifesta tutti i giorni infastidendoci, braccato dal potere come nell’Andalusia de Il Grande Inquisitore, perché mettendoci a nudo smaschera la nostra presunta anima rivoluzionaria, dietro cui in fondo si nasconde un assassino pronto a massacrare una SS con lo sguardo di un marmocchio. Sotto i colpi di Davide cade così anche il marxismo, nuovo protagonista della Storia che nel nome dell’interesse collettivo e della società senza classi ambisce a sostituirsi alla cancrena borghese nella sottomissione della “carne umana” ai bisogni dell’industria e della produzione.

Non sarà certo una Rivoluzione a liberarci dall’equivoco del progresso che produce sterminio, ma il tradito insegnamento del Cristo di Nazaret, che spogliato di ogni valenza religiosa e aspettativa spirituale e mistica, tanto da rendere evidente “la mattezza di certe domande: credi in Dio?”, torna a essere cio che è stato, un ebreo che più di ogni altro ha amato l’uomo e attraversato senza esitazioni o ripensamenti la propria Storia, questa si con la esse maiuscola e non deposito d’immondezze, e che all’odio e alla barbarie ha risposto con la croce. Credere in NOI è l’ultimo, disperato invito lanciato da Davide Segre prima di un’Apocalisse senza riscatto: oltre c’è la cantilena e il tedio dell’IO, la solita gelida disattenzione verso l’altro. Ma d’altronde, come suggerisce il barista che ci ospita mentre discute con un paio di giovani avventori, “Secondo me, là il pasticcio l’aveva combinato l’arbitro”.

Certa storiografia

Tag

, ,

20140425_103901

“Un amico giusto, che è stato sempre dalla parte della povera gente. Rimpiangeremo la sua intelligenza”. Così  il presidente del consiglio Giulio Andreotti salutava, un pomeriggio di marzo del 1992, il compagno di partito Salvo Lima, caduto sotto i colpi dei vecchi soci in affari di Cosa Nostra; più o meno nello stesso momento Paolo Borsellino ne osserva perplesso il cadavere disteso su un marciapiede di Mondello e illuminato da un bel sole di primavera. L’ex sindaco di Palermo e la sua postuma rispettabilità furono così perentoriamente difesi dalla voce più autorevole di Piazza del Gesù.

Sarà per la familiarità con gli insegnamenti del Vangelo, o forse per i frequenti Todo modiani “esercizi spirituali” praticati nei conventi di Camaldoli e Santa Dorotea, ma è proprio e soprattutto nelle fasi più difficili e compromettenti della loro storia che i notabili democristiani hanno fatto quadrato intorno alla creatura politica di Alcide De Gasperi, tutelandone la dignità e l’onore.

Alla scuola quadri delle Frattocchie al contrario, nonostante l’aria fosse intrisa di socialismo, mancò sempre un “piano quinquennale” che promuovesse tra i dirigenti di Botteghe Oscure mutualismo e spirito di squadra: da Togliatti fino a Berlinguer, passando per la segreteria del Gallo Longo, il rigido verticismo di importazione moscovita produsse soprattutto reciproci sospetti e parecchie lacerazioni interne, al cui confronto le innumerevoli correnti che frazionavano i rivali scudocrociati appaiono oggi armoniose squadriglie di boys scout appartenenti allo stesso reparto.

Ragionare sull’esistenza di una storia buona e di una storia cattiva della via italiana al comunismo non sembra essere esclusiva materia di contesa della vecchia nomenclatura del PCI e dei suo eredi, ma pare ancora appassionare la ricerca storica e giornalistica. Emblematico è un libro pubblicato da Fazi Editore nel  2005, Sofia 1973: Berlinguer deve morire di Giovanni Fasanella e Corrado Incerti, in cui l’ipotesi e le relative ricostruzioni su un presunto attentato compiuto dal KGB ai danni dell’allora segretario comunista, diventano occasione di una severissima critica nei confronti della componente del partito che ne contestò le scelte, nonché di quanti si dichiararono contrari allo strappo dal Cremlino.

Paese Sera, Franco Rodano, una non meglio identificata Quinta Colonna, ma soprattutto Armando Cossutta, imputato numero uno dell’accusa di collaborazionismo con il PCUS e di spionaggio, vengono privati dell’identità di compagni fautori di una linea politica dissidente rispetto a quella della Segreteria, che cercava una sponda naturale nei potenti alleati della casa madre, per diventare i protagonisti di una guerra sporca, combattuta con mezzi discutibili e con l’appoggio dell’anima nera dell’apparato brezneviano, e di fatto giudicati gli eredi morali di un crudele progetto politico che tentò di far precipitare Berlinguer da un cavalcavia di Sofia.

Fasanella non è nuovo a imprese di questo tipo, avendo già tentato con Il sol dell’Avvenire di ricostruire la storia delle Brigate Rosse attraverso la parziale e rancorosa memoria di Alberto Franceschini. Anticipando le recenti cinematografiche agiografie veltroniane, il libro trasforma la discutibile cautela con cui Berlinguer decise prima di negoziare e poi di spendere il consenso elettorale del 1976 nelle trattative con la Democrazia Cristiana, come l’unica possibile strada comunista per avvicinare il potere e scongiurare uno scontro frontale con la NATO, mentre l’opposizione interna, entità mitologica che racchiude indistintamente il fantasma di Pietro Secchia, il corpo carbonizzato di Feltrinelli e gli onnipresenti servizi segreti cecoslovacchi, finisce sempre per assumere le sembianze di un’agguerrita fazione che, pur di liquidare l’odiato segretario, non esitò a sostenere potenziali assassini e fiancheggiare il terrorismo.

Il tempo ci racconta che Berlinguer non fu un martire, ma un grande leader politico, che come il suo Gigi Riva segnò tante reti e commise anche qualche errore sotto porta. Amato dai suoi alleati e combattuto e osteggiato dai rivali che non ne condividevano progetti e intenzioni, morì tra la sua gente, pianto e acclamato da un popolo intero. Fasanella e Incerti, perché non vi piace la storia?

Giovanni Lattanzio, un’intervista impossibile

Tag

20140327_074813

La tormentata storia della repubblica italiana passa anche attraverso tragiche violenze e molte morti: di serie A, di serie B, perfino di serie Z. Alcune, nonostante le drammatiche conseguenze, hanno contribuito a cementare le famiglie e le comunità colpite intorno all’appartenenza a un idea o nella ricerca della comprensione e della giustizia, consentendo a parenti e amici di dare senso a un’esistenza altrimenti ostaggio della rabbia e del dolore. Penso a Carla Verbano, a Ilaria Cucchi, a quanti hanno visto le persone amate andarsene perché la sicurezza sul lavoro era una voce ingombrante nel bilancio di un’azienda, una spesa da tagliare. Altri cadaveri sono stati rimossi e annegati nell’oblio, troppo l’orrore che suscitavano, troppe grandi e compromettenti le evidenti responsabilità da smascherare: meglio la finta pietà verso una pletora di “Associazioni familiari delle vittime” da consolare con qualche saltuario risarcimento e illudere con un po’ di attenzione mediatica, sventolando la promessa di una verità giudiziaria sempre più vicina ma a cui mai si arriva. Ci sono lutti che attraverso l’effetto deformante della televisione commuovono e uniscono un intero popolo, facendo dimenticare che un soldato a Nassiria è in guerra e il nemico spara, mentre le 153 persone decedute in carcere nel solo 2013 non sembrano interessare a molti.

Poi c’è Giovanni Lattanzio, a cui è toccato il destino più atroce tra tutti, più infame anche di quella pallottola scagliata dentro la sua palpebra sinistra da uno studente coetaneo, un giovane che Giovanni non conosceva, con cui aveva discusso, lamentandosi per un pestone ricevuto sull’autobus affollato: quello di essere esiliato dalla storia, di non aver lasciato traccia nella memoria collettiva, di non poter essere ricordato e così sopravvivere alla follia che lo ha spazzato via dal mondo. Un pugno di articoli su L’Unità nei giorni del delitto e l’Istituto Tecnico che frequentava intitolato con il suo nome: così si è alleggerita la nostra coscienza per non essere stati in grado di spiegare a una povera famiglia perché il loro figlio e fratello è vissuto così poco e morto per meno, per non aver dato alla madre e al padre un colpevole da maledire o perdonare.

In questi mesi ho tentato di raccogliere la testimonianza dei pochi che avrebbero potuto dire qualcosa in merito a questo dramma, di chi lo attendeva a scuola la terribile mattina del 21 settembre 1978, di chi doveva avere la sensibilità e la cura di spiegare quell’altrimenti incomprensibile foto attaccata a un lampione di Via Prenestina. Ma la mia richiesta è rimasta inascoltata, e così alla fine non ho potuto far altro che immaginare di recarmi direttamente sulle sponde del Lete a parlare con Giovanni.

Giovanni, più di trentacinque anni fa scendevi alla fermata dell’autobus per andare a scuola e un ragazzo ti sparava. Perché?

Non l’ho mai capito! L’unica cosa di cui sono certo è che la reazione fu spropositata rispetto alla futilità dell’alterco, ricordo l’impressionante facilità con cui fu esploso quel colpo, senza che alcuna inibizione fosse in grado di fermare chi mi stava di fronte. Walter Veltroni scrisse che se ne era andato un ragazzo di borgata: ecco, credo sia questa la ragione della mia morte, né il mio assassino né io siamo riusciti a essere altro, ma solo il prodotto di un luogo marginale, di un mondo in cui il valore della vita non è mai arrivato e neppure la bellezza con cui si manifesta.

Il tuo omicida non è mai stato individuato. C’è qualcosa che vorresti dirgli?

A lui vorrei dedicare alcuni versi della poesia che Jacques Prévert scrisse per Los Olivados, i protagonisti de “I figli della violenza”, il film di Luis Buñuel:

Los olvidados

fanciulli amanti e male amati

assassini adolescenti

assassinati

Com’era Roma nel 1978?

Un gran casino, non c’erano zingari e immigrati ma le signore dovevano tenere molte strette le loro borsette, chi non aveva una pelliccia da regalare alla propria donna la strappava a quella di un altro, le macchine era più semplice rubarle che comprarle. E poi fischiavano pallottole ovunque.

Lotta Continua scrisse che il tuo era un delitto “politico”.

Sono d’accordo! Al pensiero politico, al suo studio ed elaborazione e soprattutto a chiunque abbia ricevuto in delega la volontà generale e il mandato per rappresentarla spetta il compito di realizzare la migliore convivenza tra gli individui e stimolare la loro cooperazione, garantendo tutto ciò che è materialmente e spiritualmente necessario per farli sentire parte attiva del patto sociale. La violenza e i conflitti che normalmente vengono derubricati a problemi o questioni di “ordine pubblico” sono invece un atto di accusa diretto al cuore di quei principi della società civile e del diritto positivo che la politica degli ultimi cinquant’anni si è affrettata a classificare variamente: progresso, libertà, democrazia. Il mio non fu comunque un omicidio fascista, questo no.

Concludendo?

Certo me sarebbe piaciuto vede’ come andava a finì sta vita…

Ciao Giovanni.

Ciao